C’ERANO UNA VOLTA / PAOLO EMILIO TAVIANI

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di Cesare Lanza

La Lanterna ha dimenticato l’uomo che scoprì Colombo.

Gigante de al pari di Moro e Andreotti, ministro per 20 anni, mai sfiorato dagli scandali. Allo studio dell’esploratore si applicò come nessuno. E Genova resta in debito con lui.

Non amava il chiasso, la notorietà, le interviste. Era un giornalista pubblicista, ma detestava le frettolosità, le superficialità e le ruvidezze delle cronache. Era un uomo sobrio, riservato, che non amava esporsi e tanto meno attirare l’attenzione su di sé. Perciò Paolo Emilio Taviani, un personaggio politico, fondamentale nella Democrazia cristiana del Secondo dopoguerra, non ha avuto e non è ricordato, oggi, con la fama di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti o di Aldo Moro. Di fronte alla sua eccezionale carriera, la meraviglia è dir poco! È stato partigiano, ha partecipato ai lavori per scrivere alcuni articoli della Costituzione, segretario nazionale della Dc poco più che trentenne, ininterrottamente ministro dal 1953 al 1974, poi senatore a vita.
Sempre estraneo ai giochi di potere romani, alle cricche, alle manovre oscure. E ci sono almeno cinque motivi per cui desidero attribuirgli il merito che gli spetta. Li cito, come mi vengono in mente, non secondo un ordine di valore. E dunque il primo motivo è il rispetto: chi mi segue sa quanta importanza attribuisca a questa virtù. Per me, ad esempio, la nostra Costituzione potrebbe fondarsi su un solo articolo: il rispetto della persona, perché dentro c’è tutto. Ebbene Taviani è l’uomo politico che più di ogni altro aveva innato in sé questo valore. Aveva rispetto per i suoi collaboratori, per gli antagonisti nel suo partito, per gli avversari politici, per qualsiasi interlocutore, importante 0 no. Ho interrogato molte persone che lo hanno conosciuto da vicino, assai più di me, profondamente: nessuno ricorda di avergli sentito alzare la voce, per uno scatto d’ira, 0 per imporre le sue opinioni e la sua volontà, in virtù del suo ruolo e della sua autorevolezza politica.
Addirittura c’è chi mi ha detto che uno dei suoi otto figli militava in Lotta continua: lui (ministro e anche, giovanissimo, alla fine degli anni Quaranta, ex segretario della Dc) non lo contrastò, anzi pensava che il figliolo, come tutti, avesse il diritto di credere nelle proprie idee, e di battersi per esse, a patto di non usare violenza a nessuno. In due parole, un liberale vero. E quando il figlio fu ricercato dalla polizia per una stupidaggine – l’affissione di manifesti di propaganda – gli consigliò di presentarsi spontaneamente, senza paura. Applicava nella vita reale ciò che, in teoria, è millantato da molti. Per Taviani il rispetto delle idee e delle libertà di tutti era un dovere, ma innanzitutto c’era il senso del rispetto verso le istituzioni. Il secondo motivo è il suo culto, festoso e fiducioso, della famiglia. In questa epoca in cui la famiglia (cattolica, 0 di qualsiasi religione o laica che sia) appare in discussione da parte di decine di contestazioni e/o distinzioni, e infiniti ripensamenti – perfino da parte del Papa – la mia stima verso Taviani è incondizionata, assoluta. Con apprezzamento per un gioiello raro: l’amore ricambiatissimo per la moglie, Vittoria, che aveva conosciuto all’università. I due si amarono fino alla morte, così come si erano innamorati, giovanissimi. Un legame speciale. Ho raccolto testimonianze, che oggi rischiano di apparire incredibili, sulle tenerezze, le carezze, gli ammiccamenti complici che si scambiavano, come fidanzatini, quando ormai erano in età senile. Una inimitabile storia romantica. Il terzo motivo è la sua onestà, mai posta in dubbio da chicchessia. È stato ministro della Difesa, degli Interni (potentissimo, autorevole, concreto: riuscì a debellare con competenza e astuzia gli attentati e il terrorismo in Alto Adige) e di altri dicasteri, ininterrottamente per 20 anni: mai sfiorato, non dico da una imputazione 0 da una indagine, ma neanche da un semplice pettegolezzo. La dimostrazione che – se si vuole mantenersi onesti, nella società politica della corruzione e del malaffare – ci si riesce. Per Taviani era quasi una sorta di fissazione, la tutela dell’integrità della sua immagine. Giovanni Bonelli, Gianìn per gli amici, fu il suo più stretto collaboratore, segretario regionale della Democrazia cristiana in Liguria, organizzatore delle campagne elettorali. Gli assicurò successi strepitosi in Parlamento, con perentorie affermazioni sull’antagonista Roberto Lucifredi, e poi sempre in Senato, fino a quando, nel 1991, Francesco Cossiga – presidente della Repubblica ed ex allievo di Taviani – lo nominò senatore a vita. E Gianìn Bonelli mi ha raccontato: «Taviani aveva ereditato dal papà una mezza casupola in collina, a Bavari nell’entroterra genovese, una modesta abitazione agreste, condivisa con i contadini che erano proprietari dell’altra metà. Al secondo piano c’era per lui un solo piccolo locale, un minuscolo studiolo in cui, d’estate, riceveva gli amici. Adorava quella casa anche perché, dallo studio, c’era una vista bellissima sulla Val Bisagno, di cui era innamorato. La sua preoccupazione era che il terreno prospiciente fosse venduto e qualcuno potesse costruire davanti alla sua finestra: in questo caso, addio vista! Finché un giorno, stufo delle sue ansie, gli suggerii di acquistare dai contadini il diritto che nessuno potesse costruire, davanti alla sua casetta. E così fece, felice di aver risolto il problema, ma anche preoccupato che qualche cronista potesse scrivere che lui avesse portato a termine chissà quale operazione immobiliare! Era una casupola, ti dico, pochi metri quadrati, con il gabinetto a pian terreno… Eppure Taviani si preoccupava. Non ho mai conosciuto un uomo – non dico un politico! – che volesse gestire i suoi affari privati con uguale rigore, meticolosamente». Un’altra vicenda leggendaria riguarda la strada, da lui voluta, che collega Apparizione ad Uscio. Rendendosi conto che i proprietari dei terreni attigui si sarebbero avvantaggiati economicamente per la costruzione della strada, Taviani ordinò una ricerca per stabilire se qualcuno di essi fosse riconducibile a lui, per relazioni di amicizia o di parentela, anche remota. Solo quando si accertò che con tutti non c’era alcun legame, autorizzò l’inizio dei lavori.
Riuscite a immaginare che in politica qualcuno, oggi, faccia la stessa cosa? Il quarto motivo alla radice della mia ammirazione sono i suoi celebri studi su Cristoforo Colombo. Era fiero di aver sorvolato 144 volte l’Atlantico e di aver fatto due volte il giro del globo. Visitò tutti, dico tutti, non uno escluso, e anche più di una volta, tutti i luoghi in cui Colombo si era recato nella sua vita. Tante volte mi sono chiesto chi, come e cosa gli avessero ispirato questa singolare passione. Fatto sta che fin da bambino aveva mostrato una curiosità particolare per i viaggi e la geografia. Quanto a Colombo, il colpo di fulmine avvenne nel 1928, secondo quanto lo stesso Taviani ricorda in un suo libro, Politica a memoria di uomo. Nel 1928, fu allora – così ho accertato – che incontrò Samuel Elliott Morrison, considerato all’epoca un’assoluta celebrità, il più grande colombista al mondo. Taviani – nato a Genova nel 1912 – aveva 16 anni, era già colto e appassionato di Cristoforo, ma restò letteralmente folgorato dalla conferenza di Morrison, da ulteriori conversazioni con il maestro, dalla lettura delle sue opere. In particolare, grazie al rispetto per lo stile di Morrison, ne seguì l’esempio: studiò le imprese dell’ammiraglio genovese, ripercorrendone minuziosamente tutti i viaggi. E così anche lui, grazie agli studi e agli innumerevoli scritti, divenne a poco a poco un
colombista apprezzato e ammirato in tutto il mondo. Almeno 200 le sue pubblicazioni, tradotte – non solo – in inglese, francese, spagnolo, tedesco, turco, ungherese, portoghese, vietnamita… E del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America, nel 1992, fu il più impegnato e attivo organizzatore: al punto da ricevere anche alcune critiche, per aver messo la «sua» Genova al centro delle manifestazioni. Solo di passaggio riferisco le estenuanti polemiche sull’origine di Cristoforo Colombo; secondo le più insistenti, sarebbe stato di origine ebraica e non genovese. Mentre ormai si dà per certo che il navigatore nacque a Genova: il padre – Domenico – era un tessitore. E Cristoforo fu un cattolico di profonda convinzione: in ogni luogo dove le sue navi attraccavano, faceva piantare una croce. E fu proprio Paolo Emilio a definirlo non santo, ma «defensor fidei», con uno slogan che si impose subito tra gli studiosi. Negli ultimi anni della sua vita Taviani diceva: «Sarò ricordato come uno studioso di Colombo, non certo per la mia politica…». Con un misto di orgoglio e di malinconia. Il presagio si è rivelato lucido ed esatto. Il quinto motivo ve lo dirò tra poco. Prima desidero ricordare qualche cenno biografico. Paolo Emilio era figlio unico, i genitori erano una maestra, Elide Banchelli, e un pedagogo, Ferdinando, laureato in giurisprudenza (di lauree Taviani nella sua vita ne conseguì tre, oltre a vari diplomi). Non fu un’infanzia felice, per il piccolo Millo – così lo chiamavano – sia per la guerra, sia per un grave polmonite con conseguenze pleuriche: per guarirlo gli praticarono una incisione sulla spalla, senza anestesia. Ma eccomi al quinto e ultimo motivo della mia attenzione. Non mi va giù che un personaggio dalla vita esemplare come la sua non sia adeguatamente ricordato. Quasi tutti i suoi collaboratori di fiducia sono scomparsi, 0 in età molto avanzata.
Il più efficiente è concreto è Gianìn Bonelli, ma è più vicino ai 90 che agli 80 anni: che la vita gli sia lunga e generosa, ma non me la sento di appellarmi a lui, per promuovere qualcosa che in altri tempi avrebbe realizzato schioccando le dita. So bene, come scrisse Indro Montanelli, che il nostro è un Paese privo di memoria. E di gratitudine, mi permetto di aggiungere. Possibile che in Liguria, a Genova, non ci sia uno studioso di politica, dei leader della Democrazia cristiana, 0 almeno di Cristoforo Colombo, che non voglia e non sappia realizzare un’iniziativa per attribuire a Paolo Emilio Taviani la considerazione che merita?

 

di Cesare Lanza, La Verità

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