C’ erano una volta/ Luigi Meroni

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L’anticonformista capellone che piegò l’Inter di Herrera

Era un attaccante estroso, imprendibile. Adorava i Beatles e portava al guinzaglio una gallina. La Chiesa lo definì un peccatore per la relazione con una donna sposata

Molti lettori si stupiranno, ma Luigi Meroni, detto Gigi, ancor più che un grande ed estroso attaccante era un formidabile irresistibile – giocatore di poker. Ametà degli anni Sessanta, Gigi, un anno più giovane di me, giocava nel «mio» Genoa. Per il poker ci riunivamo nella bella casa in corso Italia di Piero Dardanello, il mio capo all’epoca, corrispondente da Genova della Gazzetta dello Sport: Piero, io, Alberto Lievore, direttore sportivo del Genoa dopo esserlo stato del Torino, un uomo esagerato e abitualmente perdente, l’allenatore Benjamin Santos, che morì in un incidente stradale, Giampaolo Piaceri, un bravo centrattacco rossoblù; e a girare altri giocatori della prima squadra. E lui, Meroni, che dava spettacolo, con giocate fantasiose, curiose, imprevedibili. Pensavamo che avesse il punto e invece era in bluff, scopriva le carte, ci aveva uccellato. Pensavamo che fosse in bluff e invece aveva il punto e ci castigava. Su di lui è uscito alcuni anni fa un bel libro, Lafarfalla granata, di Nando Dalla Chiesa, pubblicato nel 1995, ricco di episodi sulla sua vita, epica e malinconica. Adoro da sempre il Torino. Ma preferisco ricordare il mio amico Gigi come la farfalla rossoblù: nel Genoa si era affermato, diventando una stella del calcio italiano, con quella maglia aveva incantato il pubblico e i critici. Si muoveva in campo con la grazia, la lievità e l’imprevedibilità con cui volano le farfalle. Imprendibili, le farfalle che volano a zig zag. Imprendibile Meroni, col pallone ai piedi, mentre puntava gli avversari, 0 era inseguito da terzini, di solito più tracotanti che virtuosi. È molto nota la sua breve e infelice vita. Gigi era nato a Como il 24 febbraio 1943, con la passione nel sangue per il gioco del pallone. A scuola combinava ben poco, faceva disperare la mamma, rimasta ben presto vedova. Ma col pallone si distingueva per l’eleganza e l’inafferrabilità. Tuttavia fin da adolescente era stato incompreso e ostacolato dai pregiudizi, per il suo fisico minuto. Era uno scricciolo: magro, fragile, inconsistente. E tuttavia la sua bravura lo impose agli occhi degli osservatori delle grandi squadre. L’Inter voleva 44 acquistarlo subito . dal Como dov’era cresciuto, ma la mamma, irremovibile, si oppose. Il maggior sostenitore del ragazzino era Lucio Fongaro, ex terzino dell’Inter, infine approdato al Genoa. E nel Genoa Gigi esibì una virtuosità folgorante. Non avevo ancora la tessera giornalista, ero un «abusivo», come si diceva allora. Ma seguivo gli allenamenti del Genoa ogni giorno e per evidenti affinità caratteriali – la sregolatezza o, meglio, il rifiuto di regole sciocche e convenzionali – mi affezionai subito al mio estroso coetaneo. Ricordo che una volta, a Rapallo, durante una partitina amichevole di allenamento, ero INAFFERRABILE Luigi Meroni, detto Gigi (a destra), in una partita dei primi anni Sessanta. La farfalla granata si muoveva con grazia, fantasia e levità stato accettato in panchina: quando Gigi si avvicinava per dissetarsi, gli dicevo: «Dai, fammi vedere di cosa sei capace!». L’ultima volta, con la lingua penzoloni, replicò: «Non ce la faccio più! Non ti basta?». Ci aveva regalato una serie di prodezze calcistiche, da fuoriclasse. Tornai in redazione a Genova e dissi a Dardanello: «Guarda, fai attenzione: state sottovalutando Gigi, quello è un vero fenomeno!». E Piero, sempre misurato: «Attento tu, negli allenamenti le prestazioni sembrano sempre importanti…». E invece la mia profezia si rivelò esatta. Meroni era un vero fenomeno e, nei quattro anni successivi, lo dimostrò a tutti, inequivocabilmente. Di Gigi calciatore vi propongo solo tre flash. Il primo è quello della complicità negli allenamenti: non ho mai avuto un altro, simile rapporto con i calciatori delle squadre che ho conosciuto. Ma si capisce: eravamo due sgarzelli, ambiziosi e impertinenti; cioè, come si diceva allora (non so se ancora si dica così) ce ne fregavamo di Mazzini e Garibaldi, cioè di tutti, senza soggezione verso nessuno, e di tutt il mondo. Secondo flash: il celebre gol che segnò all’Inter, con la maglia del Torino. L’Inter era quella guidata dal leggendario «mago», Helenio Herrera, e a San Siro, in casa, non perdeva da tre anni. Il Toro di Meroni riuscì a batterla. Gigi era sulla fascia sinistra (abitualmente giocava a destra, con la maglia numero 7) e di fronte aveva i campioni dell’Inter, tra cui un certo Giacinto Facchetti, mica un pisquanotto qualsiasi. Meroncino mio scherzò un po’ con il pallone, tra un dribbling e l’altro, avanzò, si fermò e all’improvviso calciò il pallone, che andò morbidamente a imbucarsi nell’angolino, così dicono i cronisti sportivi, alla sinistra del portiere esterrefatto, immobile. Un gol entrato nelle leggende del calcio. Con meraviglia di tutti, ma non la mia: in allenamento gli avevo visto fare questo, e ben altro. Ultimo flash, il difficile rapporto con Edmondo Fabbri, allenatore della Nazionale – quella che fu eliminata dalla Corea nel campionato mondiale del 1966: «Mondino» già mi stava antipatico per quella storica figuraccia, ma mi irritò perché pretendeva da Meroni che si tagliasse i capelli e rispettasse le regole di un tradizionale comportamento borghese, nell’abbigliamento, nel linguaggio, in ogni abitudine. Meroni si adattò a darsi una spuntatina alla zazzera, per amor della Nazionale, ma con Fabbri non poteva andar d’accordo. E così giocò in maglia azzurra alcune partite amichevoli, una sola ufficiale: nel mondiale della vergogna, contro l’Unione sovietica, in cui la Nazionale fu sconfitta per 1-0. Meroni era un irregolare, un trasgressivo, perfettamente in linea e anzi spesso anticipatore di quei tempi (il Sessantotto doveva ancora esplodere). Adorava i Beatles, aveva i capelli lunghi come loro. Disegnava da sé gli abiti che indossava, all’epoca considerati stravaganti e non adatti alla buona società. Gli piaceva assumere atteggiamenti anticonformisti: la stranezza più contestata era la sua abitudine di portare al guinzaglio una gallina, a passeggio e perfino al campo di allenamento. «Se nessuno ha niente da ridire verso chi porta al guinzaglio un cane, perché mai devo essere criticato io, se al posto del cane porto una gallina?», diceva. Poi anche barba e baffi e, in campo, i calzettoni abbassati fino alle caviglie: «alla cacaiola», li aveva definiti un grande giornalista, Carlo Bergoglio detto Carlin, direttore di Tuttosport, occupandosi di Omar Sivori, che aveva lo stesso vezzo. Nei due anni che giocò nel Genoa, Gigi frequentava il bar Bruno, alla Foce, ritrovo dei genoani e dei sampdoriani. Poco distante c’era un luna park. Meroni si innamorò – ricambiato – di Cristiana Uderstadt, una bella ragazza polacca che con la mamma gestiva un tiro a segno. La mamma di Cristiana ostacolò l’innamoramento dei due ragazzi e tanto manovrò da riuscire a dare in sposa la figlia a un noto regista. Ma Cristiana e Gigi non si separarono mai, anzi nel 1967 la bella polacca andò a convivere con il suo 44 campione, in una mansarda a Torino, dopo il trasferimento dalla maglia rossoblù a quella granata. Tanto bastò perché la Chiesa, all’epoca severissima, intervenisse drasticamente, definendo Meroni «un pubblico peccatore». E l’opinione pubblica si spaccò in due: da una parte i benpensanti, i conservatori; dall’altra il mondo laico, i progressisti. E gli intellettuali, propensi a sostenere Meroni anche perché dipingeva quadri interessanti, elogiati da Renato Guttuso. Dopo mezzo secolo, oggi si sorride di fronte alle presunte trasgressioni di Meroni. Gigi era semplicemente un uomo tranquillo, di mente libera, indipendente: senza verbosità, né polemiche. Non ammetteva che lo Stato, o la Chiesa o chicchessia, interferissero con la sua storia d’amore con Cristiana. Quanto alle evoluzioni della Chiesa, è certo che oggi Francesco accoglierebbe Gigi a braccia aperte e non lo accuserebbe di alcun reato. Ma erano altri tempi, le cose cambiano e in cinquant’anni il mondo è davvero cambiato. Gigi morì nell’ottobre del 1967, nella notte tra il 14 e il 15. Al pomeriggio il Toro aveva giocato in casa con la Sampdoria, battendola 4-2 con tre reti di Nestor Combin, uno dei migliori amici di Meroni. La domenica successiva era in programma il derby con la Juventus. Combin si lagnò con Gigi: «Avrei preferito segnarli alla Juve…». E Meroni: «Tranquillo, ai gobbi ne farai altri tre ! ». Gigi non poteva sapere che lui non ci sarebbe più stato. Anche se c’è una fotografia che mette i brividi: Meroni, dopo il bel successo sulla Samp, esce dal campo con un’espressione malinconica. Come se fosse consapevole e avvertisse un presagio… Qualche ora dopo Gigi, con l’inseparabile amico Fabrizio Poletti, lasciò l’albergo dove la squadra era in ritiro. A piedi, attraversarono corso Re Umberto e si fermarono tra le due corsie: c’erano automobili che arrivavano a forte velocità. Fecero un passo indietro. Poletti fu appena sfiorato da un’auto, che invest in pieno Meroni. Gigi fu catapultato nell’altra corsia, dove fu colpito da un’altra auto che lo trascinò per 50 metri. Sfigurato, con orribili ferite, il campione del Genoa e del Toro fu ricoverato in fin di vita all’ospedale.
Un intervento lungo e disperato. Poi il medico uscì dalla sala operatoria in silenzio, allargando le braccia. Ci fu un urlo agghiacciante di Cristiana. Ero a Roma, al Corriere dello Sport. Il caporedattore, Giorgio Tosatti, mi ordinò di scrivere un articolo, in fretta. Ci riuscii, in lacrime. E oggi, cinquant’anni dopo, solo a fatica posso resistere di fronte a quei ricordi. Ai funerali c’erano 20.000 persone, impietrite. Le autorità ecclesiastiche avevano ordinato di negare la cerimonia in Chiesa. Un sacerdote si ribellò. Alla domenica successiva, in un’atmosfera surreale, il Toro incontrò la Juve e la batté 4-0. Con tre reti di Combin! Nel romanzo popolare di Meroni ci sono particolari inquietanti, coincidenze incredibili. Alla guida dell’auto che travolse e uccise Gigi c’era un ragazzo di 19 anni, neopatentato, Attilio Romero. Trentatré anni dopo, nel 2000, diventò presidente del Torino e lo portò al fallimento. Nel 1949, alla guida dell’aereo che si sfracellò a Superga con il grande Torino, c’era un pilota, che si chiamava Luigi Meroni.

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