C’ERANO UNA VOLTA /GIANFRANCO FUNARI

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di Cesare Lanza

L’ex croupier cinico per finta che ha dato voce alla gente

È stato il primo a portare nei talk show i non famosi, lasciati liberi di parlare senza filtri Nemico dei potenti, ha litigato con tutti. La frase sulla lapide: «Manco da qui taccio»

Sulla base dei miei ricordi , Gianfranco Funari è stato il più libero e infelice, tra i tanti personaggi che ho conosciuto nel mondo della televisione. Per provocarlo, quando ci incontravamo, lo interpellavo subito così: «A A A! A 3 !» La prima volta, con l’aria sfottente che distingue ogni vero romanaccio de Roma, replicò: «E che so’? N’autostrada?». «No!», gli spiegai. «Arrogante, aggressivo, astuto!» Non gli dispiacque. Si stizzì solo quando aggiunsi: «E antipatico. N’autostrada di antipatia»… «Ah, questo no», strillò. «Antipatico, no. ‘Ndo lo trovi, uno più simpatico de me?». E non era tipo da incassare. La volta successiva, mi precedette: «Ah S 3! S, S, S!». Aspettai la botta. «Stupido, saccente e stronzo!» spiegò, con compiacimento. Lo scambio di epiteti diventò, quando ci vedevamo 0 ci sentivamo al telefono, un tormentone affettivo tra di noi: sapevamo che, con un pizzico di perfidia in più, avremmo potuto dirci ben di peggio. Oggi, quasi nove anni dopo la sua morte (la data precisa è il 12 luglio 2008, era nato il 21 marzo 1932), anche se mi impegno, e vi giuro che mi impegno, non riesco a provare perfìdia, verso di lui. Perché, senza smancerie e delicatezza, gli ho voluto bene. E il bene, con la simpatia, nasceva – e resiste – dalla stima. Di più: Funari per me è stato il simbolo assoluto, incontaminato, della libertà e dell’autonomia. Valori difesi con due palle di acciaio, grandi così. Ha litigato con mezzo mondo (con i massimi dirigenti Rai, due 0 tre volte con Silvio Berlusconi), tutti quelli che ha incontrato sulla sua strada, con preferenza assoluta gli editori, i politici, i dirigenti: i «padroni» della televisione. Nessuno è riuscito a imporgli di condurre un programma diversamente da come voleva lui: nessuno è riuscito a obbligarlo ad avere, 0 anche solo fingere, rispetto verso questo 0 quel potente, meno che meno a censurarsi, anche sobriamente, quando affrontava argomenti scabrosi, con aspetti infidi. Ecco, se volessi proprio scrivere una perfidia, direi che forse – neanche lui si rendeva conto della sua innovativa grandezza, come conduttore di talk show. Se fosse vivo, si incazzerebbe come non mai di fronte a questa ipotesi di sua inconsapevolezza, e quel «S3» si arricchirebbe di nuovi contenuti. Perché era astuto, sì, ma non era un’astuzia la sua scelta istintiva, fisiologica, di dare la parola al pubblico e di contrapporre le più diverse opinioni, di far parlare la gente, anzi la «ggente», in assoluta libertà. Era la sua filosofia, anarcoide e spregiudicata, di intendere la vita e così di viverla, per sé e con gli altri. I semi, le tracce si trovano nei suoi programmi, fin dalle origini. La sua scaltrezza, se mai, era negli approcci da istrione in scena, come passeggiare nello studio e dire sornione al regista: «Damme ‘a due, damme ‘a tre…», alludendo alle telecamere, per farsi seguire passo passo ed essere ripreso in primo piano. Tanto che diventarono spassosissime le imitazioni, meglio di tutti Corrado Guzzanti e Teo Teocoli. E tutto esplose nel 1984 con A bocca aperta: una vera rivoluzione, per lo stile del dibattito. Funari mise due tribune una di fronte all’altra, piene di «ggente» del popolo, e lasciò che le due fazioni, contrapposte su un tema di attualità e di grande interesse, se le suonassero senza freni. Un successo senza freni. Un successo travolgente. E con quel successo Gianfranco diventò – a mio giudizio – il terzo padre storico del talk show nella televisione italiana. Il primo era stato Sergio Zavoli, con l’invenzione del memorabile Processo alla tappa al Giro d’Italia: elegante nella sobrietà, misurato, ma incisivo. Il secondo fu Maurizio Costanzo con Bontà loro: uno studio essenziale, un paio di ospiti importanti, di idee diverse, che si fronteggiavano, sollecitati dall’ironia e dalle intelligenti provocazioni del conduttore. Ma il primo a ospitare chiunque, e soprattutto a raccogliere le voci della gente, fu Funari.
Il mio ricordo più struggente risale a una puntata del Senso della vita, quando Paolo Bonolis, magistrale nel suscitare forti emozioni in modo leggero, lo invitò per un’intervista a tutto campo. Se torno a vedere la registrazione del programma, ancor oggi mi commuovo. Funari era ormai nella stagione della decadenza fisica, alla vigilia della fine. E quella sera fu spettacolare, coinvolgente come mai prima. Perché si sentiva la verità in ciò che diceva, una verità ingenua e passionale, di un uomo che sa di essere in procinto ormai di congedarsi dalla vita. Le centinaia di ometti e sgallettate, nani e ballerine (conduttori, quasi tutti, compresi) che oggi affollano i talk show con strilli e stupidaggini non sanno neanche che esistono, in tv, perché fu Funari il geniale inventore del dibattito veemente e urlato. La differenza è che Funari aveva un cuore e, pur esibizionista e istrione com’era, si rivolgeva al cuore dei telespettatori, strappando ai suoi ospiti gli sfoghi che dal cuore nascevano, sentimenti, emozioni. Mentre oggi non c’è cuore, non c’è umanità nei dibattiti, ma solo vanitosa supponenza, luoghi comuni, sentenziose idiozie: il cuore non si sente mai, assistiamo solo a finzioni e banalità. Quanto avrebbero da imparare, da lui, le figurine di oggi!
Una volta fui invitato a un suo show: per la verità fu un’amica, Eliana Bosatra, a volermi ospite. Avevamo battibeccato alla vigilia non ricordo per cosa, Gianfranco e io, e lui, da vero figlio di mignotta, in studio mi incenerì. Non riuscii a dire una frase di senso compiuto, a causa dei suoi folgoranti e melliflui interventi. Nell’intervallo pubblicitario, insieme con Eliana con la quale mi ero lamentato, mi si avvicinò con aria sfottente: «Ah Cè», mi disse, «i tempi in televisione sò tutto. Se entri fuori tempo, te sovrapponi, nun riesci a parla…». Non ho dimenticato quella frase di tanti anni fa: mi torna in mente quando non solo gli ospiti, ma anche conduttori e conduttrici urlano, sbertucciano, si sovrappongono; e a casa la gente non capisce niente. Quella sera, da Bonolis, Funari propose il suo testamento, con un abbandono che mi sbalordì. Il pubblico lo seguiva e applaudiva, incantato. Ricordo che Luca Laurenti (cantante straordinario, comico – irresistibile – per necessità) lo ascoltava come se fosse ipnotizzato, a lato della scena, e alla fine mi disse: «Vado ad abbracciarlo, ha detto cose meravigliose, importanti». Il testamento di Funari era incentrato su tre punti. Il primo – straziante, ripreso dai giornali il giorno seguente – era un appello ai giovani: «Ragazzi, non fumate, non ammazzatevi, non buttate la vostra vita!» (lui era un fumatore accanito, gli avevano detto che il fumo lo stava uccidendo: si rivolse ai giovani in quel modo, ma continuò a fumare fino alla fine). Il secondo punto era la romanzesca dichiarazione di amore per Morena Zapparoli, la sua ultima moglie (la terza o quarta, non so bene). Era molto più giovane di lui e Gianfranco rivelò, 0 si inventò, che fin da quando l’aveva conosciuta, bambina, se ne era innamorato e aveva deciso di sposarla, prima 0 poi. E così fu, molti lustri dopo. Il terzo filo conduttore era la confessione degli sprechi di sé, che aveva fatto nella sua movimentata vita: con la raccomandazione ai giovani di credere in sé stessi e di non sprecarsi, se possibile, mai. Morena sedeva tra il pubblico alla sinistra del palco e io, con gli autori, a destra. E ogni tanto Funari si voltava a sinistra e urlava: «Morenaaaa! ». E qualche volta si girò anche alla sua destra gridando: «Cesareee!». Mi sembrò che fosse insicuro e ci chiamasse come se volesse avere il nostro consenso, le nostre testimonianze. Bonolis colse al volo l’occasione e cominciò a gridare anche lui «Morenaaa!», buttandola giustamente in caciara. Penso tuttavia che erano improvvisazioni con un fondo di malinconia, e il desiderio di affetto. Nel 2005 gli avevano aggiustato il cuore con cinque bypass, poi scoprirono che dovevano intervenire ancora, ma lui rifiutò. Voleva morire. Sopravvisse tre anni, Morena gli fu vicina, corretta, amorosa, paziente: una donna splendida. Mentre invece mi dicevano che avesse un rapporto conflittuale con la figlia. Il funerale si tenne nella chiesa di San Marco, a Milano. La bara era ricoperta da girasoli. Al suo interno, secondo le sue disposizioni, c’erano tre pacchetti di sigarette, un accendino, alcune fiche di casinò, e un telecomando per la televisione. La lapide nella sua tomba propone due citazioni da lui volute: «Ho smesso di fumare» e «Manco da qui taccio». Penso che la sua specificità, nell’assurdo mondo dello spettacolo, dipendesse dalla vita aspra e povera che aveva affrontato, prima di arrivare al successo.
Aveva ben conosciuto il marciapiede! Per dieci anni aveva fatto il croupier, prima a Saint Vincent e poi a Hong Kong. E se c’è un mestiere che ti consente (confessori a parte, ma in quel caso il rapporto è religioso) di conoscere le miserie umane e la precarietà dell’esistenza, è proprio quello del croupier. L’incidenza della fortuna 0 della sfiga. Lo sciupio del denaro. Il passaggio dalla ricchezza alla povertà e viceversa. Le speranze dei giocatori all’ultima puntata. L’infelicità negli occhi di chi sa di essere predestinato a perdere anche gli ultimi spiccioli. Le puttane, i questuanti, i cacciatori di una mancia… Un inferno, dalle fiamme solo pochi riescono a salvarsi. L’apparente cinismo di Funari, affiancato alla comprensione del male e al valore del bene, nacque e si consolidò li: a fronte dell’umanità vista da vicino, nel bisogno; nei vizi incorreggibili come la speranza. Quando arrivò al successo, dopo una gavetta faticosa nei cabaret e in apparizioni televisive incomprese, aveva spalle e schiena abbastanza forti per difenderlo da insidie e trappole. Innocente e spudorato. Per l’innocenza, ricordo il compiacimento con cui negli ultimi anni viaggiava in una Bentley, sogno della vita. Per la spudoratezza, due sue battute celebri. La prima: «Dicono che ho avuto tante donne. È vero, ma non ero un donnaiolo, erano loro omaiole». E la seconda: «La televisione è come la cacca: si fa, ma non è bello guardarla».

 

di Cesare Lanza, La Verità

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