Rete tlc, il Governo pronto a chiedere i danni a Telecom Italia

Share

Con due interviste “gemelle”, l’una sul Corriere della Sera e l’altra su Repubblica, Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione territoriale e del Mezzogiorno, nonché presidente del Comitato per la diffusione della banda ultralarga e il vice-ministro per le Comunicazioni Antonello Giacomelli, hanno in sostanza detto che se Telecom andrà avanti col suo progetto di portare la fibra anche nelle aree finora non considerate redditizie i piccoli Comuni e lo stesso Stato dovrebbero valutarne la effettiva concretezza ed eventualmente quantificare i danni, dal momento che nel frattempo sono partiti i bandi, con stanziamento di risorse pubbliche, per coprire le aree dove i privati avevano detto di non volere investire autonomamente. Telecom poi avrebbe “cambiato idea”, sottraendo domanda potenziale alla rete pubblica e dimunendone il valore, ha spiegato De Vicenti.
Il 23 marzo scorso infatti il cda Telecom ha approvato il progetto Cassiopea, proposto dall’ad Flavio Cattaneo, che prevede la ricerca di un partner finanziario in maggioranza nella newco costituita appositamente per intervenire nelle aree poco o nulla redditizie, potenzialmente le stesse dove Open Fiber (joint Cdp-Enel che ha rilevato Metroweb), che si è aggiudicata i primi due bandi, si prepara a costruire la nuova infrastruttura. La differenza è che Telecom, partendo dalla rete di sua proprietà già esistente, e fermandosi con la fibra all’armadietto sul marciapiede (Fttc-Fiber to the cabinet), arriverà in anticipo di un anno-un anno e mezzo a offrire ai suoi clienti velocità di navigazione fino a 100-200 mega, mentre Open Fiber che ha adottato come standard la formula dell’Ftth (Fiber to the home, fibra ottica fino all’abitazione/ufficio), partendo sostanzialmente da zero, dovrà conquistarsi “all’ingrosso” i clienti (quelli del fisso sono in gran parte di Telecom) arrivando ben dopo l’incumbent, anche se offrendo velocità di navigazione superiori. Di fatto il piano di investimenti di Open Fiber – che complessivamente raggiunge i 6 miliardi – ha incontrato difficoltà a essere finanziato dalle banche, proprio perché – spiegano fonti creditizie – la nuova società non ha in mano i clienti. L’iniziativa “privata” di Telecom non ha fatto che accentuare il problema.
È solo l’ultimo capitolo dello scontro pubblico-privato sulla rete, da quando Telecom è stata (forse troppo frettolosamente) radicalmente privatizzata. Il piano “Rovati”, che suggeriva alla Telecom allora guidata da Marco Tronchetti Provera di procedere volontariamente allo scorporo della rete, risale al 2006. Di tempo ne è passato da quel primo scontro – costato a Tronchetti e alla Pirelli che era il principale azionista, la ritirata (non proprio indolore) dal fronte delle tlc – ma i rapporti tra l’incumbent tricolore e la compagine pubblica non sono mai tornati propriamente idilliaci.
Questa volta il tema, appunto, è la copertura con la banda ultralarga delle aree a fallimento di mercato. Dopo lunghe discussioni, alla fine si è deciso che la rete in queste aree sarebbe stata pubblica, con Infratel che avrebbe assegnato con bandi i lavori per realizzare l’infrastruttura. Nelle condizioni per l’assegnazione si prevedeva una preferenza per gli operatori non verticalmente integrati, e di fatto quindi per realtà come Open Fiber e Metroweb che avrebbero offerto “fibra spenta”, disponibile per essere attivata dagli operatori telefonici. Fastweb, che non rientrava nella categoria, aveva fatto i conti che, come operatore verticalmente integrato, non avrebbe mai potuto vincere e non ha partecipato.
Telecom ha partecipato al primo bando, vinto da Open Fiber, anche se alla fine era stato dato punteggio pieno anche agli operatori verticalmente integrati. E aveva rinunciato al secondo, assegnato questa settimana anch’esso a Open Fiber, per muoversi invece autonomamente, come era stato comunicato ufficialmente a Infratel con una lettera datata 23 dicembre 2016, girata per conoscenza anche a Mise, Agcom e Antitrust. Il secondo bando non è stato fermato e Telecom ha inoltrato ricorso alla Ue, che ha aperto un “caso” senza per ora dar vita a un’istruttoria per riconsiderare l’ok agli aiuti di Stato.

Antonella Olivieri, il Sole 24 Ore

Share
Share