L’evento Book Festival – De Bortoli “Bisogna coltivare il dubbio”

ferruccio de bortoli
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Atteso oggi alle 18 a Caldonazzo il giornalista
Ferruccio de Bortoli che presenterà il suo libro

ferruccio de bortoliIl Trentino Book Festival si conclude oggi in bellezza. Alle 18 al palazzetto di Caldonazzo arriva il giornalista Ferruccio De Bortoli, che dialogherà con Enrico Franco sul suo libro Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarantanni di giornalismo Il diario, anche autocritico, dell’ex direttore del «Corriere della Sera» e del «Sole 24 Ore». Un libro che racconta oltre quarantanni di storia del nostro Paese. Scena e retroscena del potere in Italia, dalla finanza alla politica e alle imprese, dai media alla magistratura, con i ritratti dei protagonisti, il ricordo di tanti colleghi, fatti e misfatti, incontri, segreti, battaglie. Il libro ha tenuto banco nelle scorse settimane perché de Bortoli svela che Maria Elena Boschi avrebbe fatto pressioni per salvare Banca Etruria, di cui il padre era vicepresidente.
Pubblichiamo qui l’esordio del libro di de Bortoli edito da La Nave di Teseo.

Ho cercato di essere sincero con i lettori e con me stesso. Sono orgoglioso di alcune battaglie civili, di alcune prese di posizione coraggiose. Nel libro ne racconto diverse. Alcune addirittura celebri. Frutto soprattutto del grande privilegio che ho avuto di lavorare con i migliori giornalisti del paese. E con inarrivabili maestri: Indro Montanelli, Enzo Biagi, Oriana Fallaci, Tiziano Terzani, Giovanni Sartori, Gaetano Afeltra. E con tanti direttori: Giancarlo Francesconi, Alfredo Barberis, Cesare Lanza, Benedetto Mosca, Piero Ottone, Franco Di Bella, Alberto Cavallari, Piero Ostellino, Ugo Stille, Giulio Anselmi, Gianni Locatelli, Lanfranco Vaccari e, infine, Paolo Mieli al quale devo molto.
Mi rammarico, invece, per alcuni difetti della mia professione che ho forse assecondato troppo: un’insopportabile autoreferenzialità e un cinismo autocompiaciuto, romantico e seduttivo, nel quale le persone coinvolte nei fatti non di rado diventano oggetti inanimati, il cui destino, appena spenti i riflettori, è materiale di scarto. Res nullius. Sono difetti che avrei dovuto combattere con maggiore decisione. Ma non l’ho fatto o, meglio, l’ho fatto poco.
Sono stato fortunato, molto fortunato. Ho fatto il mestiere (o la professione) che desideravo fin da piccolo. Ho avuto più di quanto meritassi di avere. E non lo dico per falsa modestia. Uno dei grandi maestri del giornalismo, Enzo Biagi, affermava, scherzando ma non troppo, che «se gli editori scoprissero quanto ci divertiamo a lavorare non ci pagherebbero più». Enzo si faceva pagare bene e non accordava sconti agli editori. Anzi. Ma quella battuta era profetica. Oggi ci sono tanti colleghi, bravi giornalisti, che scrivono per passione, remunerati con cifre insultanti o anche senza essere pagati. Giovani che sono editori di se stessi, volenterosi donatori di notizie e inchieste animati da entusiasmo, idealità e spirito civico. Rischiano la vita là dove ci sono guerre. Non hanno alle spalle nessuno, tantomeno un’assicurazione. I grandi inviati della storia del giornalismo, al confronto, erano dei privilegiati. E il loro status si rifletteva, non di rado, nella larghezza creativa delle note spese e nella totale insindacabilità di quello che scrivevano. Il discrimine fra cronaca e romanzo era davvero sottile. La letteratura ne ebbe un gran beneficio. Non ho nostalgia della corporazione che sta morendo sotto il peso dei suoi difetti. Non mi piace l’Ordine dei giornalisti. Così com’è, è in pratica inutile. Ma trovo desolante questa proletarizzazione insulsa della professione, quest’epica dell’universalità della rete che trasforma i redattori in minatori del web, peraltro destinati a essere sostituiti non in piccola parte (succede già) da disciplinati algoritmi. Applaudo all’emergere degli users generated contents, ovvero dei contenuti generali dagli stessi utenti. Si è creata così un’immensa piazza di libertà, evviva. Le reticenze dei media tradizionali vengono facilmente smascherate, si pubblicano più notizie sgradite al potere. Perfetto. Ma, noto con sgomento, come ciò non corrisponda alla creazione di un’opinione pubblica adulta e avvertita. Ma al suo contrario: un magma di umori e sentimenti che fluttua impetuoso sui social network. Si nutre di pensieri unici, coltiva il pericoloso mito della semplificazione della realtà che induce a individuare con facilità capri espiatori e a credere a qualsivolgia complotto. Moltitudini che si aggregano per identità di opinioni e gusti. Entusiasti di trovare connessioni senza confini ma disinteressati a conoscere idee e realtà diverse. A coltivare il dubbio, l’etica del confronto e del rispetto dell’altro. Sudditi più che cittadini. E forse per questo interessati non alla verità dei fatti bensì soltanto alla loro verosimiglianza. Ansiosi di condividere, non di accertare. Disposti a credere alla versione più congeniale per sé e per la propria comunità, per nulla preoccupati di soppesare costi e benefici o di non confondere i sogni effimeri con i vantaggi reali. Eccitazione tecnologica tanta, spirito critico poco. Le eccezioni positive non mancano, ovviamente, i movimenti di opinione non di rado risultano incoraggiati e meglio conosciuti, le buone pratiche, anche giornalistiche, sono promettenti. Ma nella massa, nella gran parte della piazza virtuale della quale mai ci priveremmo, il clima è questo.

L’Adige

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