C’ERANO UNA VOLTA/ SILVANA PAMPANINI

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di Cesare Lanza

La vamp che disse no a tutti. Al massimo concedeva baci

È stata la più desiderata del cinema italiano, ma non ha mai girato una scena di nudo «Dicevo di chiamare la Lollobrigida. Lanciai la Loren quando era solo una comparsa»

II ricordo più bello di Silvana Pampanini risale a una cena di 17 anni fa, quando arrivai al ristorante Dal Bolognese di Roma a braccetto con lei. Il locale è frequentato da persone famose e da tante altre che le persone famose vogliono vederle. Quella sera, tutti gli occhi erano su di noi. Silvana Pampanini è stata una delle donne più belle dell’universo, Miss Italia nel 1946, poi decine di film che hanno turbato (senza nudo) milioni di maschi. Una diva è una diva, e divi si nasce. Non conta l’età. Perciò, quella sera Nini Pampàn procedeva alta e forse altera, magra, imperiosa, ingioiellata, un imponente casco di capelli, gli occhi enormi incuriositi da tutto. Sorrideva, salutava e si muoveva come sul palcoscenico. Intanto mi dicevo: molti l’avranno riconosciuta e penseranno «ma è proprio intramontabile!». Ma ci sarà anche qualcuno che conosce me e penserà: «Ma guarda guarda, a Cesaretto adesso piacciono le signore di una certa età». Ci sedemmo a tavola e subito Silvana si confermò la donna allegra di sempre. Liquidava le ordinazioni rapidamente. Adorava il bollito, ma rinunciò perché non c’era la testina, di cui era ghiotta. Intanto spazzolava un piatto di mortadella, in quadratini, che il Bolognese offre ai suoi clienti. Pasta, carne e lambrusco freddo. E mai un’intervista mi filò via come quella volta, libera e sincera, tra la suggestione dei ricordi, le battute, le staffilatine alle rivali di ieri e alle eredi di poi, la voglia di togliersi sassolini dalle scarpe.
Con allegria e qualche, inevitabile, momento di malinconia. Il ricordo di quella conversazione mi sembra il modo migliore per rievocarla. Le chiesi subito chi l’avesse chiamata, per primo, Nini Pampàn. «II direttore del Figaro. I giornali mi volevano bene. Mio padre, Francesco, era direttore della tipografia dove si stampava il Momento Sera di Realino Carboni. Ai miei esordi pubblicarono una recensione simpatica su di me, poi i giornalisti dissero a mio padre: “Non sapevamo che fosse tua figlia, così bella!”. E mio padre, che era un pugile, agitò le mani: “Se ne aveste scritto male, avreste dovuto fare i conti con queste”».
Tuo padre ti sosteneva?
«Mio padre non voleva che entrassi nello spettacolo. Papa’ non voleva, mamma nemmeno come dice la canzone, e al concorso di Miss Italia, che si teneva a Stresa, arrivai timidamente: per la prima volta con i tacchi alti e le calze lunghe. Una ragazzina che scatenò un finimondo».
Cos’era successo?
«La giuria aveva premiato un’altra ragazza e il pubblico si scatenò per protesta: pugni, spintoni, sedie che volavano. Furono costretti a rifare il verdetto e a proclamarmi vincitrice ex aequo, ma neanche questo riportò la calma».
Fai girare la testa.
«Ma non mi sono mai sposata. Perché penso che il matrimonio sia una cosa seria. E bisognerebbe sposarsi solo per amore. Io ho avuto tanti corteggiatori, ma non li ho mai né sfruttati né accettati. Se vuoi scriverlo, questa sì che è una cosa rara».
Chissà, però, che sensazione di potere, avere addosso il desiderio maschile…
«Non posso negarlo. Mi corteggiavano anche alcuni capi di Stato… Mi viene in mente Marcos Pérez Jiménez, il presidente del Venezuela. E Fidel Castro. Fascinoso, mi dici? Macché. Troppa barba». Ma io insistevo: «Chissà quanti flirt!» E lei: «Mai! ». Non mi arrendevo. E lei, categorica: «Senti, parliamoci chiaro. Che vuoi dire flirt? Se dici fare l’amore, avere una storia: mai! Se dici un bacetto, una cosetta: vabbè, sì».
Non ci credo!
«Senti: io sono di una famiglia per bene, di principi sani e antichi, come si dice. E li ho mantenuti. Scandalosamente per bene. Ho fatto tanto scandalo, ma sono per bene».
E dai! Mica fare l’amore con un attore significa essere per male…
«Ah, no ! L’amore si fa solo se si è innamorati. E io mi sono vietata di fare l’amore con personaggi dello spettacolo, di innamorarmi di loro, perché capivo subito che si trattava di cose fragili. Ho avuto i miei innamoramenti, i miei amori. Ma mai fino al punto di sposarmi. Una sola volta sono arrivata al limite del matrimonio…». Ricordo un lungo silenzio. Poi… «Lui è morto, un mese prima delle nozze (si commosse sinceramente, ndr). L’unico, vero grande amore della mia vita. L’unico uomo, mio per sempre… Era gelosissimo. Ma geloso di Silvana, di Silvanella come mi chiamavano gli intimi, non della diva. Ho sempre in mente i suoi occhi con i riflessi verdi… Dopo la sua morte, sono rimasta attaccatissima alla sua mamma, sono rimasta la sua figliola. E fino a quando è vissuta l’ha sorretta la mia fedeltà. Che dolore. Troppo forte, il dolore. E ingiusto. Non desideravo che lui». Impossibile indurla a dire di più. Passammo dunque a parlare d’altro. Il politico che le piaceva di più? «Giulio Andreotti. Un mio grande ammiratore: questa ragazza, diceva, andrà lontano. Ed è stato l’unico a farsi vivo, di un certo tipo di mondo, quando sono mancati i miei genitori». Le proposi di darmi i suoi giudizi sui tanti compagni di lavoro. Alberto Sordi, per cominciare. «Un fratellone, un po’ tirchio, anzi molto tirchio, ma buono. A proposito di matrimonio una volta lui ha detto che non si è sposato perché io gli ho detto no. Marcello Mastroianni era un bambinone capriccioso. Sapevo tutto di lui e lui mi supplicava di tenere il silenzio sulle sue avventure. Federico Fellini? Grande. Ma anche sporcaccione, con un’idea fissa. Voleva che facessi le porcherie con lui… Così le chiamava! Accattivante. E io: “Non le faccio perché sei uno stronzo“. Affettuosamente, s’intende». Azzardai: mai coinvolta in un’orgetta? «Ma insomma, lo vuoi capire o no che tipo di donna sono stata? Io la sera non dormo se prima non dico le preghiere. E pensate pure che sono una provinciale. Nei miei contratti c’è sempre stata una clausola: il nudo, mai.
Tanto, per sedurre, basta uno sguardo, un pagliaccetto, mostrare e non mostrare. E a certe ragazze di oggi, anziché scoprirsi, sarebbe conveniente coprirsi. Orge? Vuoi scherzare? Se vuoi parlare di nudo, parla con Stefania Sandrelli. I suoi film non sono mai andata a vederli, ma lei di nudo ne ha fatto tanto». Azzardai ancora: com’era Nini nel fare l’amore? «Se sono innamorata, parlo di amore vero e naturale, ci sono tante cosine belle da fare… E sono fiera della mia bellezza, di brune come me c’è stata solo Ava Gardner». Poi, a cascata, altri ricordi… Luchino Visconti? «Aveva una villa a lschia vicina alla mia. Un marpione di classe». Alain Delon? «Tra lui e Romy Schneider c’era un amore stupendo, lui innamoratissimo, le è sempre stato vicino, fino alla fine. Ma Romy ha sofferto tanto per la storia tra Alain e Visconti». Roberto Rossellini?
«Seduttivo, sprecone nei regali: gioielli, pellicce, giocattoli…». E Totò? «Mi amava tanto. Sono arrivati a dire che Malafemmena l’ha scritta per me. Mi diceva che avrebbe voluto sposarmi. E, da vecchio gentiluomo, ne parlò anche con mio padre. Era un rubacuori, Totò. Uscivamo spessissimo a cena, ma sempre con mio padre e mia madre. Non ha mai cercato di baciarmi». Vittorio De Sica? «Simpatico, buono, meraviglioso. E quanto giocava, se entrava in un casinò…». Jean Gabin? «Mangiava molto aglio, come tanti francesi. Una volta, in un film, dovevamo darci un bacio, ma io non ce la facevo. Per di più, io ero in baby doli sul letto, lui stravaccato… E a un certo punto il suo stomaco comincia a gorgogliare come una vaporiera. Ci è presa una ridarella! ». Jean Louis Trintignant? «Ah, lui oltre all’aglio si pappava anche la cipolla. Dio mio!». Ugo Tognazzi? «Era un gran bravo attore, ma si era montato la testa. Mi dispiace dirlo, ora che non c’è’ più. Una volta, dopo Il Vizetto, fece fìnta di non riconoscermi. E io pensai: “Questo è impazzito”. E dire che se io avessi ordinato: “Tognazzi non lo voglio”, lui non avrebbe lavorato». Poi la provocai sulle rivali. Mi sembra, le feci notare, che parli di loro con una certa superiorità… «Dico solo la verità! Per esempio, Sophia Loren. Faceva la comparsa con me. Fui io a farle avere la prima particina, perché me lo chiese Carlo Ponti. Comparse: come Silvana Mangano, Gina Lollobrigida… Gina si sente, anche adesso, la più bella. Ma da quando si è lasciata con il marito, Andrea Milko Skofìc, non ha più fatto niente. In un film erano previste scene di nudo, mio padre e io dicemmo di no e io consigliai: chiamate Gina… Dico le cose come stanno. Gina era una comparsa e la feci prendere io, era vestita da ciociarella, nel Segreto di don Giovanni. Ma con me… Già d’altezza la sovrasto. E se ha fatto la Bersagliera, lo deve a me».
Gratitudine, niente?
«Non scherziamo. Anche Linda Christian deve a me il fatto di aver potuto sposare Tyrone Power. Perché io magnanimamente gliel’ho lasciato. Tyrone aveva occhi stupendi e una sola cosa infelice; la pelle grinzosa delle mani, come uno scimpanzè. Peccato».
I tuoi corteggiatori allungavano le mani?
«Il peggiore, Orson Welles: una volta gli ho mollato due bei ceffoni in faccia. Mente William Holden, il più bello, era educatissimo. Lui portava i pantaloni all’italiana, e non come fanno gli americani, ridicoli, quasi allo stinco! ».
Mi parlò delle belle del 2000, Sabrina Ferilli, Maria Grazia Cucinotta, Anna Falchi, Paola Barale, Simona Ventura: nessuna le somigliava. Idem le straniere: Naomi Campbell, Madonna, Sharon Stone… Un pizzico di simpatia solo per Julia Roberts.
Quando la lasciai le chiesi di definirsi con tre aggettivi. E lei: «Una domatrice. Ma dolce, miciona». E aveva un sogno irrealizzato? «Fare il bagno nuda, ovviamente da sola: uscire dall’acqua nuda, con i seni che sono sempre quelli di una volta al vento! Mai fatto. Sono pudica. Il bikini c’è sempre. E poi il sole fa male ai capezzoli, vanno protetti». Quasi la ammonii: «Un desiderio vero e finale, Silvanella!». S’immalinconì: «Mi piacerebbe, quando arriverà giorno, avere accanto qualcuno che mi curasse come io ho curato il mio lui… Come ho curato i miei genitori. Qualcuno che mi vesta, come io ho vestito loro, che mi prepari, che mi accomodi nell’ultima casa». Quel giorno è arrivato il 6 gennaio 2016.
Nini Pampàn se n’è andata a 90 anni e io non ero a Roma, non ho potuto salutarla. Spero che il congedo sia avvenuto come Silvanella desiderava.

di Cesare Lanza, La Verità

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