Le sfide breriane/ Gianni “Contro” tutti

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Ci fu anche Gianni Brera tra i protagonisti della breve stagione di “Contro”, settimanale «troppo selvaggio» diretto da Cesare Lanza e impreziosito dalla presenza di grandi firme appartenenti a una dinastia culturale non allineata. Le risposte folgoranti di Brera nella rubrica della posta alimentarono polemiche feroci con Eco, Arpino, Palumbo e con i tanti protagonisti delle vicende letterarie e giornalistiche. A indagarle oggi, con gli strumenti di una critica spogliata da ogni tracotanza snobistica, forniscono tuttavia un’efficace chiave di lettura di quel mondo breriano allora in bilico tra letteratura e giornalismo, frettolosamente consegnato dai soliti superficiali all’archivio delle cronache sportive, sia pure di preziosissimo conio, o al massimo al circuito espressionistico di un «gaddismo spiegato al popolo», come lo catalogò Umberto Eco con risibile supponenza. In punta d’ironia, ma non troppo, sortì la replica di Brera: «Io vengo definito barocco da tutti i pirletta che storcono il naso quando non fiutano Gide o Joyce. Gadda è un dannunziano salvato dal vernacolo, un misogino che non ha molto da raccontare e intarsia anche le cacatielle delle galline». E più avanti eccolo uscire in una mirabolante espressione ludico-plebea: «Sono un artigiano. G’hoo minga el temp de studià per diventà artista… Parlemm del folber, che l’ è mej». In quale considerazione, per contro, teneva Brera i cosiddetti top writers dell’epoca, glorificati dalla critica e ben noti anche al grande pubblico ? «Leggo Moravia con immutato rispetto e ammirazione – certificò Brera- nonostante abbia il sospetto, a volte, che sia il diligente addetto stampa di un dispensario celtico. Albertin Arbasino, invece, è il centravanti dell’Ars papiensis, squadra di calcio nelle cui fila militano Severino Boezio, Cornelio Nepote, Italo Pietra, Cesare Angelini, Carolina Invernizio, Giorgio Soavi e, come oriundo, Lisander Manzù. In panchina ho bruscamente richiamato Carlo Cassola. Per levare gli artigli alle aquile, el Carloeu vorrebbe disunghiare i canarini, povero figlio». E arrivò per Brera, fatalmente, il momento di piazzare Giovanni Arpino sotto la lente critica. «Come si fa a sapere perchè, praticando un uomo scrisse su “Contro”- s’incomincia a vederlo diverso, in meglio o in peggio? Ho salutato l’avvento del mio Nobel personale alla cronaca sportiva con sincero entusiasmo: «Innalzerà, ho scritto, il tasso alfabetico della categoria». Indubbiamente il tasso lo ha innalzato: però il suo apporto fantastico e tecnico al nostro sport si è limitato alla traduzione di Radice in
Radix». Insospettabile, ma fino a un certo punto, il trasporto che Brera confessò per Leonardo Sciascia («La sua pensosa dolcezza non finisce d’incantarmi»). Consolidata, invece, la stima per Mario Soldati. «Quando leggo una sua pagina, quasi sempre ho l’impressione di vederne tessute le immagini con filigrana d’argento (mentre io, per esempio, modello ruvida creta)». Chiamato a scegliere tra Cederna e Fallaci se la cavò in dribbling: «Hanno entrambe qualità squisite ma io amo la Camilla. Forse perché l’amore è cieco.
Oriana pone se stessa al centro dell’universo, come è ambizione di quasi tutti, persino di coloro che non scrivono neanche gli auguri di Natale». Lasciò ampiamente il segno la polemica con Gino Palumbo, che innovò lo stile de “La Gazzetta dello Sport” in contrasto netto con le idee di Brera. «Palumbo ha la schiena più sorprendentemente pieghevole agli ùzzoli del volgo. Quando mi confrontano con lui resisto molto faticosamente alla voglia di prendere cappello: io sono un imbianchino che qualche volta riesce a dipingere; lui, Aloisinus Avis Palumba, è il diligentissimo direttore del colorificio Meyer». Di tutt’altro tono, ovvio, il giudizio espresso su Montanelli («È sempre stato ai miei occhi “er mejo fico del bigoncio”»). Non poteva mancare, infine, Maurizio Costanzo, che si apprestava a dirigere “L’Occhio”, quotidiano-pop della Rizzoli. «Ha il genio della domanda a scivolo: non appena incominci a rispondere, giù per quel piano inclinato puoi anche ruzzolare».

di Adalberto Scemma, Avvenire

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