Cairo ha conquistato tv e giornali perchè è lo zio Sam di sè stesso

Share

di Cesare Lanza

Con me fu sgradevole: «Non siamo amici». Ma gli sono grato. Le sue scalate, da La7 al calcio fino a Rcs, sono riuscite perché ama le sfide («ho imparato dal poker») ma sa quando fermarsi. Andrà in politica? «No»

A Urbano Cairo sono grato per una battuta, in apparenza sgradevole, in uno scambio di sms. Mi ero spinto a chiedergli di intervenire nella sua televisione, La7, per la recensione di un mio libro, pubblicato dalla sua stessa casa editrice. Mi batto il petto: era una domanda intrusiva e volgare. Urb – così si firma – mi rispose che non si sentiva di farlo. E io gli scrissi, scusandomi, che non mi sembrava una richiesta imbarazzante, «in un rapporto di amicizia». Ed ecco la sorpresa, memorabile. Urb mi rispose così: «Amico è una parola grossa». Rimasi stupefatto. Mai mi era successo di imbattermi in una simile, serena asciuttezza, priva delle convenzionali ipocrisie. Quella battuta – filosofia elementare, ma preziosa – mi indusse a riflettere sul mio grossolano errore e sul carattere, atipico, del personaggio che pur conoscevo da tanto tempo. Ho incontrato Cairo alcuni giorni fa, a Milano, al Sant’Ambroeus. Una curiosità: Urb riceve spesso in quel bar famoso, in tempi remoti lo utilizzava come un ufficio, per gli appuntamenti di lavoro. Ancor oggi gli è riservato un tavolo. Subito gli ho ricordato quel lontano episodio e ho capito che l’amicizia è un argomento che gli sta a cuore. «Quanti veri amici abbiamo?», mi ha detto. «Si possono contare sulle dita di una sola mano». Ho annuito: «Vero, per me sono tre, forse quattro». E lui: «Anche per me basta una mano sola. Forse in quel messaggino fui scortese: purtroppo questa è la verità». A Roma, dove abito, tutti o quasi diventano «amici», al primo incontro. Ci siamo divertiti a raccontarci qualche delusione, di recente ne ho incassata una dal figlio di un grande giornalista, che tiene a imitare l’english style del papa. E la riflessione filosofica è finita lì. Eccomi all’attualità di oggi. Cairo è in procinto di entrare in politica? Luigi Bisignani, uno che di potere s’intende, ha lanciato l’indiscrezione, sul Tempo. Urb e Bisi non si conoscono. Nessun contatto tra «l’uomo che sussurrava ai potenti» (che si è abilmente riciclato come scrittore ed editorialista) e il protagonista nel Palazzo di pasoliniana memoria, quello che galoppa tra giornali popolari e Corriere della Sera, Rcs e televisione, con una cascata di denaro fresco dalla pubblicità che gestisce da maestro, e infine 2 mondo del calcio, con la proprietà e la virtuosa gestione del Torino. Bisignani però è un visionario dal fiuto infallibile. E dunque ho chiesto direttamente a Urb. «È vero che, emulo di Berlusconi, stai per entrare in politica?». «Da quando ho preso la Rizzoli, i miei impegni si sono moltiplicati. Ci vorrebbe una giornata di 48 ore!», è stata la risposta, testuale. E io: «Si farà. Ma non ora». E lui: «Si farà? Non credo». E io: «Mai dire mai. La tua ascesa lo dimostra. Un passo alla volta, uno dietro l’altro, con calma…». È questa illimitata sapienza a muoversi nel momento giusto e a salire ogni gradino fino ad inerpicarsi ai vertici, che mi ha indotto a indicarlo, ormai da tempo, come il numero uno. Vogliamo ricordare che è partito da zero virgola zero? E la storia, famosa, del suo avvicinamento a Silvio Berlusconi? Il giovane Cairo estenuò le segretarie, fino a ottenere un appuntamento, prima di incontrare il Cav, con Marcello Dell’Utri. La leggenda dice che si offrì gratis, pur di imparare. Diventò assistente del Berlusca e poi gli fu dato un incarico nella pubblicità. «Era un demonio con la faccia d’angelo», mi disse uno degli editori che aveva messo ko. Un passo dopo l’altro: meditato, meritato. Così arrivò alla guida operativa dell’immensa pubblicità berlusconiana. Ma c’era un problema: davanti a lui i gemelli Marcello e Alberto Dell’Utri, predestinati, intoccabili nel cuore del capo.
E qui vorrei sottolineare il plus di Urb: la qualità lucida di fare la scelta giusta. Decise, temerariamente, di lasciare Berlusconi e mettersi in proprio. Poteva essere la rovina, invece fu la carta vincente. Marcello Dell’ Utri è stato due volte l’artefice del successo di Berlusconi: prima per il denaro, con l’organizzazione della pubblicità; poi in politica, con la capillare costruzione della base elettorale. Marcello però è rimasto a fianco del suo amico rieccola, la «parola grossa» – e non ha avuto quanto meritava, anzi si è immolato, pagando durissimamente la sua scelta, con una interminabile prigionia. Se si fosse staccato, il suo destino sarebbe stato ben diverso, sia come manager, sia come politico. Ma torniamo all’uomo di un passo alla volta. Nell’ordine: la creazione della «sua» pubblicità, l’acquisto della Giorgio Mondadori. Sapendo quanto mi piaccia il poker, Cairo mi ha regalato una confidenza inattesa. «Sai che ho giocato anch’io a poker? Mi divertiva, in un certo periodo della mia vita: le cose andavano bene, ma qualcosa mi mancava. Le emozioni. Ho giocato e ho preso batoste. Mi sentivo mortificato, perdente. Allora ho chiesto consigli a un grande giocatore di poker. E ho avuto una serie di partite vincenti, ho recuperato tutto e anche vinto un bel po’. E ho smesso. La fortuna è importante, meglio non abusarne». A seguire, la catena dei periodici popolari a prezzi stracciati, poi ancora La7. Altri due passi spettacolari! Alla televisione ha dato una scaltra, efficace identità: La7 oggi è imperdibile come capitale del talk show politico e delle «maratone», condotte dal reuccio Enrico Mentana, che ha inventato anche un tg dal volto schietto e umano. Qual è stata la scaltrezza? Ospiti gratis, senza compensi. Costi solo per i tecnici e i conduttori. E il palinsesto è accattivante, grazie (oltre a Mentana) a Lilli Gruber e Giovanni Floris, Corrado Formigli e Gianluigi Paragone, Alessandra Sardoni e Andrea Pancani e Paolo Celata (i tre migliori, professionali), Myrta Merlino ed Emerenziana Tiziana Panella, Luca Telese e Luisella Costamagna. Con un doppio successo: l’identità, politica e d’immagine; una gigantesca ragnatela di relazioni esterne e istituzionali. «Però, com’è questa storia del braccino corto?», gli avevo chiesto una volta, tra varie chiacchiere in confidenza, durante un breakfast. «Sei milanese di nascita, alessandrino di origine e genovese nei comportamenti?». Mi rispose con un sospiro. «Braccino corto? So che molti si divertono a definirmi così. Non mi interessa. Il punto è come si amministra. Taglio le spese superflue ed evito i costi inadeguati. Ma non ho mai fatto licenziamenti, mai buttato una sola famiglia sul marciapiede». Ho riferito più di una volta questa orgogliosa riflessione, finora senza smentite. E ho assistito alla rinuncia di Cairo, per alcuni sorprendente, a Michele Santoro e Maurizio Crozza. I costi erano sproporzionati rispetto ai risultati di share. «Quando arrivai a La7, mi portarono sul tavolo un foglietto con una cifra, il totale da pagare mensilmente. Chiesi i dettagli, uno per uno. “Ma è un elenco lunghissimo!”, mi obiettarono. Risposi: “Appunto, sono qui per questo, verifichiamo tutto”. Il totale si dimezzò». Nel Torino, penultima perla, la linea è uguale: Cairo vende bene i suoi campioni e puntualmente ne acquista di migliori. All’epoca di Gian Piero Ventura, poi passato alla Nazionale, mi disse: «Ci ho messo qualche anno, nel calcio, ma poi ho capito certi meccanismi, il mercato, il valore delle persone e finalmente sono riuscito a sistemare le cose…». Per il Toro non esistono critiche: Cairo lo ha rilevato da una situazione fallimentare e rilanciato, in serie A, con risultati notevoli e conti a posto. Per la televisione un’osservazione critica, invece. L’indirizzo di Cairo è stato cauto e diffidente verso Matteo Renzi, con ampio spazio per tutti. Non c’è spazio però, a La7 come altrove, per la vox populi, quella vera, la mezza Italia che non vota: il malcontento è espresso da opposizioni morbide, salottiere. All’interno del detestato Sistema. A mio parere, un errore grave. La sistemazione del Corriere della Sera e di Rcs è in atto. Ancora pochi mesi fa, come azionista, Urb era «quello dei giornaletti rosa». Poi ha bastonato Mediobanca, sconfitto il quotatissimo antagonista Andrea Bonomi, si è imposto a Diego Della Valle e ad altri nomi importanti, ha espugnato via Solferino. Con la solita, tranquilla disinvoltura: si è insediato senza chiasso, non ha fatto rivoluzioni (ci saranno). Quando iniziò la sfida era sfavorito, ma gli predissi che avrebbe vinto. «Non so», mi rispose con un sms. «Ora viene il bello !», la battaglia gli piace. «Chi c’è dietro?», si chiedono, ancora, tutti. Ho una mia opinione, che riferirò solo se avrò riscontri. Credo di aver individuato una relazione umana, privata, che gli ha facilitato il sostegno finanziario. Urb non mi ha fatto confidenze e dubito ne farà. Dice che la politica non gli interessa. Per ora, aggiungo io. Quando avrà sistemato Rcs, sarà pronto a guidare e compattare il centrodestra, candidato premier, erede di Berlusconi.
Un indizio? La paginata pubblicitaria sul Corriere della Sera in cui si propone all’americana, stile zio Sam, al colto e all’ inclita. E i segnali sono già stati fiutati da varie forze politiche, con commenti elogiativi. Rispetto a Silvio, ha qualche vantaggio: è riflessivo, mai impulsivo. È consolidato, non andrebbe allo sbaraglio. Ha quattro figli da tre matrimoni: con Tove Hornelius, Anna Cataldi, Mali Pelandini. Ama le donne, ma con giudizio, moderazione. Non ha l’acqua alla gola, come Silvio nel 1994. Non fa promesse che non riesca a mantenere. È incudine e martello: osa o subisce, secondo opportunità. Ma ha due svantaggi: non ha la forza dialettica trascinante di Berlusconi. E in politica si profilerebbe un serio conflitto di interesse. Silvio riuscì a dribblarlo; oggi per legge – non è insuperabile ma il dribbling sarebbe difficile. Aspettiamo gli eventi. Salutandolo gli ho detto che scriverò la sua storia. E lui, sorridendo: «Una biografia? Non autorizzata, però».

Per leggere il PDF completo, clicca qui.

di Cesare Lanza, La Verità

Share
Share