Viola: «Veneto Banca e Vicenza valutano l’intervento dello Stato»

Share

Una premessa necessaria per il successo del progetto di rilancio della nuova banca è però che vada in porto l’offerta transattiva con i vecchi azionisti per eliminare le cause legali. Senza le adesioni al piano di ristoro, il fabbisogno di capitale, a presidio dei rischi legali, aumenterebbe fino ad essere difficilmente gestibile anche con le risorse pubbliche disponibili. Il nostro obiettivo è di costruire una banca solida con profilo “regionale” concentrata su PMI e famiglie».
Fabrizio Viola è da poco più di due mesi al vertice di Popolare Vicenza e alla guida strategica di Veneto Banca. I mesi precedenti alla guida di Mps sono stati difficili, ma gli hanno lasciato in eredità una profonda conoscenza dei complessi meccanismi di interlocuzione con Bce e con la direzione concorrenza della Ue. Un curriculum che ora può tornare utile nel tentativo, non scontato, di salvataggio delle due ex popolari venete. Nella sua prima intervista dopo la nomina voluta dal fondo Atlante guidato da Alessandro Penati, azionista al 99% circa dei due istituti, Viola delinea la road map del salvataggio e rilancio di Popolare Vicenza e Veneto Banca. «Operazione possibile, altrimenti non avrei accettato l’incarico – ammette il banchiere – ma dall’esito non ancora scontato.
Penati ha parlato di una horror story?
Purtroppo è così guardando al passato. Ma esistono le forze, interne alla banca e sui territori, perché il rilancio si concretizzi. Occorre procedere con velocità, però. Entro settembre bisogna realizzare fusione e aumento di capitale, seguiti dalla cessione degli Npl».
Partiamo dal tentativo di conciliazione con i vecchi azionisti che serve ad evitare un rischio di future cause legali miliardarie, per cui la banca ha stanziato fino a 600 milioni. Avete ipotizzato un target minimo di adesioni dell’80% entro il 15 marzo. A un mese dalla fine del percorso, a che punto siete?
Per Popolare Vicenza, limitandoci al 75% del capitale finora contattato sul 100% totale, al momento l’esito vede un 30% di adesioni definitive, un 62% di manifestazioni di interesse a valutare l’operazione, e un 8% di rifiuti. La situazione è sostanzialmente simile per Veneto Banca. Credo che l’offerta sia positiva e ricordo che si tratta di una transazione e non di un riacquisto delle azioni. Ogni socio manterrà le azioni che ha e i diritti patrimoniali per il futuro. Avendo accesso a condizioni di favore sia sui depositi vincolati che sui mutui. Sono ottimista ma fare previsioni sull’esito finale ora è difficile, ma ricordo che in ogni offerta di questo tipo spesso le decisioni dei risparmiatori vengono prese nelle ultime settimane.
È possibile che l’offerta venga modificata?
Abbiamo detto fin dall’inizio che le condizioni non sono modificabili. E questo anche nel caso dovesse entrare lo Stato nel capitale. In generale le norme europee sul burden sharing non consentono il rimborso, anche parziale, di strumenti di rischio come le azioni. In questo caso inoltre non si tratta di un rimborso, l’offerta transattiva è il corrispettivo della rinuncia alle litigation. Comprendo le ragioni di chi ha perso soldi, ma noi dobbiamo fare i conti con le risorse delle due banche che non navigano nell’oro ma sono invece alle prese con un piano di salvataggio. È vero però che il fondo Atlante sta valutando l’ipotesi di offrire gratuitamente strumenti partecipativi quali ad esempio i warrant agli attuali azionisti, in modo da beneficiare di future rivalutazioni del valore delle azioni, e che la banca sta studiando l’assegnazione agli attuali soci della tranche junior delle sofferenze che saranno cartolarizzate, al fine di consentire la partecipazione al recupero dei crediti in sofferenza cartolarizzati.
Su questo giornale più volte sono state denunciate le diverse condizioni degli azionisti più deboli e meno informati o delle piccole e medie imprese «costrette» a sottoscrivere azioni in cambio di finanziamenti per l’azienda. Non crede che sarebbe meglio distinguere tra caso e caso?
È quello che stiamo facendo, nei limiti delle risorse reperibili. Le due banche hanno stanziato due plafond da 30 milioni per le categorie di soci più deboli e disagiati; e stabilito condizioni più favorevoli per quei clienti-soci che avevano dato ordini di vendita ma non hanno visto rispettato l’ordine cronologico. Aggiungo, e per noi che stiamo sul territorio è importantissimo per riconquistare la fiducia della clientela, che da settimane è in corso un lavoro di gestione delle posizioni delle Pmi vittime delle cosiddette «operazioni baciate», ovvero di finanziamenti per l’acquisto di azioni che valgono circa un miliardo di euro. Con queste aziende stiamo definendo accordi transattivi che serviranno a mantenere in vita tante imprese. Non è un obbligo ma un dovere.
Il rilancio delle due ex popolari venete ormai passa dalla fusione. L’aggregazione è inevitabile? Ed è condivisa dalle Autorità di Vigilanza della Bce?
Sia Popolare Vicenza che Veneto Banca hanno bisogno di nuovo capitale. Con il piano di efficientamento derivante dalla fusione, la possibilità di reperire capitale è maggiore rispetto alle due singole entità. Migliore sarà anche il costo del funding, sarà possibile ottimizzare la rete degli sportelli eliminando le sovrapposizioni;  la fusione ci darà inoltre possibilità di avere quote di mercato locale superiori e di attrarre in futuro investitori privati. Quanto alle Autorità, ho buone ragioni di pensare che anche per loro le due banche da sole non hanno futuro.
Fusione, aumento di capitale, deconsolidamento di circa 10 miliardi di Npl. Che tempi immagina per i tre pilastri del piano di rilancio?
I tempi devono essere rapidi perché le due banche sono da tempo sotto stress. Entro il terzo trimestre del 2017 fusione e aumento di capitale devono essere realizzati, poi si passerà all’operazione di deconsolidamento degli Npl.
L’ingresso dello Stato nel capitale è inevitabile? E sarà di minoranza o di maggioranza?
La probabilità dell’ingresso dello Stato è elevata. La misura dall’intervento per ora non è definita e dipenderà dall’interlocuzione con Bce e di quella tra MEF e Atlante. Nei giorni scorsi abbiamo inviato alla Vigilanza il business plan a supporto del piano di fusione e ora attendiamo le loro valutazioni in merito alle necessità di capitale.
A metà marzo scade il termine per la transazione con i soci, che vale 600 milioni. È ipotizzabile che Bce attenda quella data per pronunciarsi in modo definitivo?
La scadenza c’è e condiziona anche l’approvazione dei bilanci 2016 delle due banche, che avverrà dopo metà marzo. È possibile che Bce si pronunci, in modo definitivo, quando avrà tutte le variabili sotto controllo.
Dal piano di cessioni di asset quanto pensate di incassare?
Dalle prime stime riteniamo che avremo un contributo positivo di capitale per 400 milioni dalle cessioni delle quote di Arca Sgr, di Banca Intermobiliare, del consorzio informatico Sec e dalla revisione della bancassicurazione con Cattolica assicurazioni. Ma questi benefici patrimoniali saranno computati solo quando si realizzeranno.
Sul versante della liquidità, prosegue il calo della raccolta per la perdita di clienti?
Le due banche devono riequilibrare il funding gap che vedeva, fatta 100 la raccolta, impieghi per 150. Dal punto di vista della raccolta commerciale la situazione si è stabilizzata da qualche mese, mentre il profilo di liquidità operativa e strutturale sta sensibilmente migliorando dopo l’emissione di 3 miliardi di bond garantiti dallo Stato. Ma è evidente che dopo fusione e aumento di capitale l’obiettivo primario è quello di ricostruire un adeguato livello di raccolta diretta.

Il Sole 24 Ore

Share
Share