Il segnale da cogliere per la banca del futuro

Altro che sasso in piccionaia. Il Parlamento europeo con la risoluzione di mercoledì, ampiamente descritta ieri dal Sole 24 Ore, ha sparato una raffica di colpi contro l’attendismo europeo in materia di banche, con argomentazioni molto vicine a quelle che su queste colonne si vanno sostenendo da tempo. Il primo punto riguarda il tema spinoso dei crediti deteriorati delle banche, che hanno ormai superato il trilione di euro e che la Commissione si è ostinata a considerare come un problema dei singoli Paesi e dunque da risolvere internamente, in base al principio caro ai tedeschi che ognuno deve mettere in ordine la casa propria come condizione prioritaria per essere ammessi ai vantaggi dell’unione monetaria.
Ma il problema è ormai di dimensione europea perché i crediti dubbi frenano la crescita dei singoli Paesi e quindi dell’intera area, impediscono il funzionamento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria e sono fonte di possibili rischi sistemici. La Commissione ha adottato sotto questo punto di vista una sorta di atteggiamento “armiamoci e partite” che ovviamente sta dando risultati del tutto inadeguati. L’Europa deve invece dare una risposta unitaria e coerente al problema. Lo ha detto a chiare lettere il Fondo monetario qualche mese fa, lo ha ripetuto nei giorni scorsi l’Ocse e adesso lo stanno sostenendo con forza crescente le autorità di vigilanza: l’Eba, la Banca d’Italia e la Bce solo nelle ultime settimane.
Il Parlamento europeo sposa un’idea che è largamente comune alle tre autorità ricordate: una sorta di schema comune, da declinare in modo omogeneo nelle varie giurisdizioni, di bad bank che consenta alle banche di liberarsi della parte prevalente dei crediti dubbi, da finanziare con tranche di titoli con vario grado di rischio, secondo le tecniche di securitisation, in modo da “comprare il tempo” necessario per escutere le garanzie. La stessa Bce ha ricordato che i crediti dubbi, fra accantonamenti e valori stimati di recupero, sono coperti all’80%.
I prezzi stracciati offerti oggi dagli operatori specializzati sono causati da inefficenze di mercato di vario tipo, ma anche dalla posizione di privilegio dei possibili acquirenti: una situazione da manuale in cui è necessario l’intervento pubblico. Il Parlamento europeo sposa in pieno questa tesi e rilancia la palla nel campo della Commissione, che non potrà certo continuare a traccheggiare dopo tanti autorevoli richiami e questo importante segnale politico. La risoluzione solleva un altro importante tema (anch’esso ampiamente denunciato da questo giornale): quello dei titoli più complessi e per i quali non esistono prezzi ufficiali (le cosiddette attività di livello 3) e che pure rappresentano una quota significativa dell’attivo (e quel che è peggio elevata rispetto al capitale) soprattutto per le grandi banche di investimento francesi e tedesche. Piaccia o no, va detto che le regole di Basilea, da quando hanno consentito alle banche di usare i modelli interni per la valutazione dei rischi, hanno creato un autentico bias a favore delle attività di carattere finanziario rispetto a quelle di finanziamento dell’attività produttiva e hanno aperto la porta a vere e proprie “manipolazioni” (il termine è di un rigoroso paper scientifico) delle attività ponderate per il rischio che sono alla base del calcolo dei requisiti di capitale. Il Parlamento europeo aggiunge oggi che c’è anche un bias nella vigilanza e che si ha l’impressione che il rigore che – giustamente – la Bce ha adottato analizzando il portafoglio crediti non abbia la stessa applicazione quando si passa al portafoglio titoli. Ci sono ovviamente mille giustificazioni tecniche, a cominciare dal colpevole ritardo con cui l’Unione bancaria è stata costruita, ma anche da questo punto di vista il Parlamento europeo ha lanciato un segnale politico chiaro e forte che la vigilanza di Francoforte non potrà ignorare.
C’è però anche un messaggio che dovrebbe essere rispedito al mittente. Quando il Parlamento dice che bisognerebbe ridurre le attività più chiaramente speculative delle banche (quelle di livello 3, appunto, ma anche i derivati) a chi si rivolge? È come se i carabinieri invocassero più sicurezza nelle strade. Le autorità di vigilanza non hanno strumenti per determinare i volumi di attività delle banche se non i requisiti patrimoniali. Certo: le banche europee sono troppo grandi (lo ha detto un rapporto dell’European Systemic Risk Board) e troppo orientate alla finanza anziché all’attività produttiva. Ma per correggere questi squilibri strutturali, la politica europea, Parlamento in testa, dovrebbe chiedersi quale banca vogliamo e qual è la cornice legislativa necessaria. Il rapporto Liikanen, ormai coperto di polvere, che proponeva la separazione delle attività di carattere finanziario non era forse una risposta efficace (e non veniva neppure da un dibattito adeguato) ma poteva rappresentare almeno un punto di partenza per una riforma bancaria europea capace di correggere gli squilibri emersi drammaticamente con la crisi. Invece continuiamo a trascinarci i problemi posti da una miope ricerca di “campioni nazionali” che oggi costringe le grandi banche globali francesi e tedesche a una redditività operativa (Roa) che è un quinto dei concorrenti americani (le prime) o drammaticamente inchiodata sullo zero (le seconde). Insomma, risolvere in modo radicale il problema dei crediti dubbi delle banche nei Paesi periferici e trovare gli strumenti legislativi e di vigilanza perché l’attività di credito non sia penalizzata rispetto a quella speculativa sono due facce della stessa medaglia: riportare il sistema bancario europeo al suo ruolo di motore dell’attività produttiva e dello sviluppo.

di Marco Onado, Il Sole 24 Ore