Il patrimonio Inps è in rosso. Ma l’esecutivo chiude gli occhi

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La Corte dei conti chiede riforme. Boeri: nessun allarme

Nel 2016 il patrimonio netto dell’Inps è andato per la prima volta in territorio negativo.
Lo ha certificato la Corte dei Conti nella relazione sul controllo per l’anno 2015 spiegando che dai 12,54 miliardi del 2014 si è scesi ai 5,87 miliardi dell’anno successivo e, per effetto del risultato economico netto negativo del 2016 (-7,65 miliardi) si passa ai -1,73 miliardi.
L’elenco di cifre è un po’ stucchevole. È la dinamica di questa progressione, invece, a mettere in evidenza il malfunzionamento della macchina pubblica del welfare. Il rosso di bilancio dell’istituto guidato da Tito Boeri (che rassicura: «Nessun allarme, solo questioni contabili») ha origini finanziarie e deriva dalla svalutazione dei residui, cioè dei contributi non versati che l’ente prevede di recuperare tramite Equitalia e che poi non riesce a mettere in cassa. Si tratta, in fondo, di quel «buco» che per gran parte deriva dall’assorbimento dell’Inpdap (l’istituto previdenziale dei dipendenti pubblici) deciso dal governo Monti. Lo Stato e gli enti pubblici sarebbero debitori dell’Inps per circa 45 miliardi. Il «rosso» è tutto lì. Se si guarda al conto economico, cioè al conto tra le entrate contributive sommate ai trasferimenti statali e le uscite previdenziali e assistenziali, si scopre che c’è un avanzo di gestione di circa un miliardo e mezzo. Ma anche qui c’è un trucco: i contributi dello Stato che ogni anno superano i 100 miliardi. Ecco perché il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ieri ha cercato di tranquillizzare tutti dicendo che «il sistema è stabile e non sono previsti nuovi interventi».
Perché l’azienda-Inps non funziona? E perché la Corte dei Conti, dando ragione al presidente Boeri, chiede una modifica del governo societario? La risposta è stata fornita dal Quarto Rapporto di Itinerari previdenziali sul sistema italiano del welfare. Nel 2015 la spesa per prestazioni sociali (previdenza e assistenza) è ammontata a 447,4 miliardi di euro e ha inciso per il 54,1% sull’intera spesa pubblica, comprensiva degli interessi sul debito, e del 27,3% rispetto al Pil, uno dei livelli più elevati in Europa. Se si spende troppo, il rischio di uno sbilancio c’è sempre. La sorpresa è che le pensioni (217 miliardi) c’entrano fino a un certo punto. Il vero problema è l’assistenza (assegni sociali, integrazioni al minimo, invalidità, accompagnamento) che incide per altri 103 miliardi. Se poi aggiungiamo le altre prestazioni collegate al welfare (le varie indennità incluse maternità e disoccupazione), si arriva a sfiorare quei 450 miliardi che, nel loro insieme, rappresentano tutti i contributi previdenziali e assistenziali, tutta l’Irpef, tutta l’Ires, tutta l’Irap e il 36% dell’imposta sostitutiva dei redditi da capitale. Insomma, si scopre che lo stato finanzia il resto della sua macchina con le imposte indirette come Iva e accise.
Colpa dei pensionati? No. È colpa di un sistema produttivo nel quale ci sono poco meno di 1,4 lavoratori attivi per ogni individuo che si è ritirato dal lavoro. Insomma, è tutta l’azienda-Italia a non reggersi più e l’Inps ne è la fotografia.

Gian Maria De Francesco, il Giornale

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