C’erano una volta/ Amintore Fanfani: Un democristiano così ideale che fece funzionare la Rai

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di Cesare Lanza

Una volta lo intervistai. Emerse che ammirava Pertini e De Gasperi per il carisma: lui pensava di non averne. Non superò mai la sconfitta nel referendum sul divorzio

Giulio Andreotti mi confidò una volta: «Fanfani ha questo, di bello: arrossisce quando dice la verità, non quando dice bugie – ammesso che le dica, come tutti noi. Perciò, se arrossisce, e ancor di più se si arrabbia, siamo sicuri che è sincero». Ecco uno dei motivi per cui questo memorabile protagonista dell’Italia di una volta mi è simpatico: la sua trasparenza, la spontaneità istintiva, immediata, quasi fanciullesca. Sono celebri le sue incazzature, magari per un articolo di giornale che non gli piaceva: si chiudeva in un cupo e in apparenza minaccioso silenzio, ma più spesso strillava e così esprimeva la sua indignazione, a volte perfino con qualche (educatissimo) epiteto. Poi, quasi subito, la rabbia sbolliva e lasciava il posto a una curiosa affabilità, da mezzo toscano (così lo chiamavano, con prudenza e sottovoce, i suoi numerosi nemici).
E i cronisti politici romani, almeno i più sgamati, quando erano sotto schiaffo, conoscevano il suo punto debole: Amintore Fanfani era un appassionato pittore, bastava perciò ai malcapitati accennare – ruffianamente ai suoi quadri, con qualche insinuante complimento, e l’ira gli passava, all’istante.
Mezzo toscano? L’allusione era alla sua minuscola statura, oggetto di tante parodie e imitazioni. Ma il carisma era gigantesco e gigantesca resta la sua figura, nella storia della Prima Repubblica (in particolare nel confronto con i lillipuziani della Seconda: non c’è bisogno di specificarlo). Dal 1946 deputato e poi senatore (alla fine, a vita) democristiano. Segretario del suo partito. Non so quante volte ministro. Presidente del Senato. Sei volte premier. Fautore del centrosinistra. Due volte candidato alla Presidenza della Repubblica. Sconfitto e vincente, comunque mai domo: celebre la battuta, «Rieccolo», di Indro Montanelli, di fronte alle sue inesauribili riapparizioni in scena. A parte un paio di dozzine di occasioni ufficiali, convenzionali e banali, ricordo il «mio» Fanfani soprattutto per le due volte che lo vidi da vicino. Nel 1961 venne in Calabria per una visita ufficiale: molti ricorderanno il famoso episodio di quella trentina di splendide vacche, sempre le stesse, che qualche temerario dirigente politico locale aveva deciso di spostare di città in città, anzi di campagna in campagna, per magnificare, davanti al premier, la qualità agricola della nostra regione. Avevo 19 anni. Da Genova ero precipitato a Cosenza (dov’ero nato) per un’accidentata incompatibilità con i miei genitori e avevo trovato rifugio in casa di uno zio. Per il giornalismo che agognavo come mestiere, ogni giorno scrivevo cronache per l’edizione locale del Tempo. Per Fanfani si erano mobilitati fior di inviati e grandi firme, e tuttavia con la mia sfacciataggine, illimitata in giovinezza, riuscii a farmi largo e a piazzare la mia domanda, leziosamente preparata: «Presidente, che cosa distingue la Calabria, rispetto ad altre regioni più ricche e fortunate?». Il mitico prof mi fissò con fierezza negli occhi e mi stordì con una pronta risposta che assomigliava a un proverbio: «Ricordi, caro ragazzo, che chi ha meno, spesso è più ricco di chi ha tanto». Stava forse aggiungendo qualcosa, ma un tirapiedi lo tirò via, per la giacca; e addio intervista esclusiva. Ricordo di aver pensato che non eravamo ricchi neanche di vacche, ma quando si seppe che Fanfani si era accorto del trucco e della beffa e aveva reagito a modo suo, esigendo scuse e imponendo l’esonero dei responsabili, mi sentii eccitato per l’ammirazione verso un capo di governo tanto tosto.
Oggi, dopo più di 50 anni, mi resta un dubbio: Fanfani aveva l’occhio lungo, oppure era stato informato da qualche zelante spione, visto che molti, ridacchiando, parlavano di quella miserabile messa in scena?
All’inizio degli anni Ottanta invitai Fanfani a Genova, al Festival del Lavoro, lo storico quotidiano socialista, di cui era stato direttore Sandro Pertini per 22 anni. Avevo accettato la direzione e, ahimè, per stupida ingenuità o per ancor più ottusa vanità, figuravo anche come editore. Mi ero inventato questa manifestazione per promuovere la diffusione e i modesti incassi pubblicitari. Per affluenza del pubblico, il Festival ebbe un successo notevole, inferiore solo a quello del leggendario Salone nautico. Pertini, all’epoca presidente della Repubblica, benevolmente accettò di farci visita: era, come tutti ricordano, popolarissimo, nel cuore della gente. Avevo invitato anche Bettino Craxi, che invece fu accolto – in una città alla base comunista – da fischi e anche insulti. Ma avevamo previsto quell’accoglienza malevola e immediatamente coprimmo il malessere del pubblico, mandando la musica a tutto volume. E così un anno invitai anche Fanfani, che accettò grazie ai buoni uffici dell’eccellente segretario regionale democristiano in Liguria, Gianni Bonelli, mio amico, peraltro vicino a Paolo Emilio Taviani, ma uomo intelligente, «trasversale», lungimirante. Ed ebbi finalmente la possibilità, prima della visita, di trascorrere un paio d’ore con Fanfani, che mi ricevette nel suo albergo con la seconda moglie, Maria Pia Vecchi. Fanfani era di buon umore, affabile e spiritoso. Mi impressionò il suo rispetto per le istituzioni. Parlammo di Pertini: «È amato dal popolo ed è giusto che sia così…». Sospirò: «Anche il mio partito avrebbe bisogno di uomini di questo fascino». Altro sospiro: «Forse Alcide De Gasperi, con la sua riservatezza, era ben voluto, a livello popolare…». Non riuscii a frenare la mia linguaccia e mormorai: «Ma non è stato proprio lei, a decretarne la fine?». Non la prese male e rispose qualcosa come: «Non sono i politici a determinare le sconfitte, ma gli eventi, la volontà popolare!». Con un sorriso, che forse era dedicato alla moglie, intervenuta diplomaticamente con una domanda sul mio Festival. Maria Pia Vecchi era una donna di fortissima personalità, presidentessa della Croce rossa, energica, dovunque dominante, ma mai col prestigioso marito, a cui era devota, con evidenza (per esempio, si ingegnava, con sedie più alte o qualche cuscino, ad alleviare il disagio del marito, per la bassa statura, quando Amintore doveva sedersi a un tavolo di lavoro).
Progettammo con la signora una collaborazione tra II Lavoro e la Croce Rossa, con idee che non si svilupparono mai. E questa volta riuscii a soffocarmi in bocca una facile battuta, e cioè che erano in primo luogo le disastrate finanze del mio giornale ad aver bisogno del soccorso dell’Istituzione, la Croce rossa presieduta dalla signora Vecchi. Successivamente, ripensando al riferimento di Fanfani alla volontà popolare mi convinsi che quel sorriso amaro – era legato al ricordo della sua più grave sconfitta politica: nel referendum, voluto soprattutto da Marco Pannella, per l’introduzione del divorzio.
Perché Fanfani nel ’74 aveva sostenuto una battaglia chiaramente perdente: credeva profondamente nell’importanza del matrimonio, che considerava sacro, indissolubile. Credo che in vita sua abbia avuto solo due donne, le mogli. Con la prima, Biancarosa Provasoli, ebbe sette figli: Annamaria, Maria Grazia, Marina, Alberto, Benedetta, Giorgio e Cecilia. Che, tutti o quasi, si dimostrarono energicamente contrari alla sua scelta di risposarsi, dopo qualche anno di vedovanza, con Maria Pia Vecchi. Una battaglia perduta: nessuno, neanche i figli, potevano smuoverlo dalle sue convinzioni, una volta che si era determinato a perseguirle. E, per dare un tratto al suo carattere incredibilmente rigoroso, ricorderò che alla signora Vecchi, corteggiata per tre anni, diede del lei, fino al giorno delle nozze! A questo punto, debbo dire perché fui e sono tuttora attratto dalla personalità di quest’uomo.
Perché Fanfani era profondamente, moralmente, fisiologicamente onesto: forse è stato l’unico, tra i grandi personaggi democristiani, a non essere investito dal pur minimo sospetto, o pettegolezzo. Era sobrio in misura intransigente, contrario alle futilità. In visita alla Casa Bianca, disse alla moglie con rammarico: «Purtroppo l’etichetta prevede per le signore un abito lungo, dobbiamo acquistarlo…». E lei: «Ne ho portato uno, metterò sempre quello».
Temo che si rivolterebbe nella tomba, se venisse a sapere che Maria Elena Boschi, in un’intervista, lo ha indicato come suo riferimento e modello di comportamenti. Molti episodi della vita pubblica dell’ex ministra indicano, purtroppo, il contrario. Ma niente può annerire l’immagine di Fanfani, anche se molti, in vita, provarono a farlo. Quando sfiorò l’elezione al Quirinale, nel 1971, una mano pseudo amica (le opposizioni gli arrivavano soprattutto dall’interno della de, che temeva il suo carattere forte) scrisse sulla scheda: «Nano maledetto, non sarai mai eletto». E qualche anno dopo, nel 1979, un militante del suo partito, tale Angelo Gallo, arrivò a tirargli letteralmente le orecchie, durante la commemorazione di Aldo Moro, nel primo anniversario dell’assassinio: come se il prof ne fosse responsabile.
Per me, ciò che conta è altro: per esempio la «sua» Rai, ingiustamente demonizzata, governata dal fido e bravo Ettore Bernabei: intransigenza assoluta sui valori, ma programmi di importanza culturale indimenticabile, larga apertura alle menti pensanti vicine ad altri partiti. Altro che le sguaiate censure, il volgare dominio di tante stagioni politiche successive, fino agli inauditi episodi di oggi.

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Cesare Lanza, La Verità

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