Il Trump militarista «abbatte» con un tweet il caccia F-35

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Donald Trump deve ancora insediarsi ma le sue dichiarazioni e i suoi tweet continuano a minacciare di far saltare equilibri già consolidati e non solo per quanto riguarda gli scenari internazionali. Già in campagna elettorale aveva criticato gli alleati europei della Nato accusandoli di spendere troppo poco per la loro difesa e minacciando di non sostenerli in caso di conflitto mentre nei giorni scorsi ha inasprito le rinnovate tensioni con Pechino aprendo al riconoscimento “dell’altra Cina”, quella di Taiwan peraltro già legata a Washington da un accordo di cooperazione militare.
Trump ha vinto le elezioni promettendo un imponente programma di riarmo che include il potenziamento della flotta con decine di navi, degli organici di esercito e marines da elevare di 80 mila unità e un forte incremento dei velivoli da combattimento in progressivo calo da alcuni anni a causa dell’invecchiamento delle flotte in servizio (F-16, F-15 d F-18) e dei ritardi cronici accumulati dal programma F-35 che dovrebbe sostituirli.
Il presidente eletto ha “abbattuto” lunedì il cacciabombardiere di Lockheed Martin con un tweet definendolo «fuori controllo» e aggiungendo che «miliardi di dollari sulle spese militari e altre forniture possono e saranno risparmiati dopo il 20 gennaio», cioè dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.
Appena una settimana or sono Trump aveva liquidato con un altro tweet anche i due nuovi velivoli Boeing 747 da impiegare come aerei presidenziali (Air Force One) che dovrebbero entrare in servizio nel 2024, definendo anche questo programma «completamente fuori controllo» e i cui «costi sono ridicoli».
Il velivolo da combattimento di Lockheed Martin rappresenta il programma militare più costoso nella storia (400 miliardi di dollari previsti ma è impossibile quantificare ora i costi complessivi poiché lo sviluppo problematico del velivolo non è ancora stato completato) e caratterizzato da anni di ritardi.
Il tweet di Trump ha fatto crollare in Borsa il titolo di Lockheed Martin, che martedì è sceso di oltre il 4%, coinvolgendo nel ribasso tutto il settore difesa e le più importanti aziende partner del programma quali Northrop Grumman, BAE Systems e United Technology.
La risposta di Lockheed Martin
Lockheed Martin ha prontamente replicato al tweet di Trump con un dettagliato comunicato in cui afferma di attribuire «fondamentale importanza alla sostenibilità del programma avendo investito centinaia di milioni di dollari per ridurre il costo del velivolo di oltre il 70%. La proiezione del costo dell’aereo al 2019-2020 è di 85 milioni di dollari. A quel prezzo l’F-35 sarà meno costoso di qualsiasi aereo di quarta generazione al mondo. E sarà invece di quinta generazione, che è un enorme vantaggio tecnologico per tutti coloro che utilizzeranno l’aereo».
Lockheed Martin e i suoi partner industriali «stanno investendo centinaia di milioni di dollari anche per ridurre i costi di manutenzione nell’arco di vita del velivolo, che sarà di 30-40 anni. Siamo consapevoli dell’importanza della sostenibilità dei costi ed è un aspetto su cui tutto il programma F-35 è focalizzato».
Le “contraddizioni apparenti” di Trump
Del resto le tensioni tra l’azienda e il Pentagono non sono certo una novità legate ai costi crescenti e ai tanti problemi irrisolti del velivolo. Dal software ancora inadeguato alle difficoltà di integrazione dei diversi sistemi, dal limitato carico bellico alla scarse capacità di sopravvivenza che avrebbero sul campo di battaglia i velivoli già certificati per la “capacità operativa iniziale”. Il più recente rapporto sul programma F-35 firmato nell’agosto scorso da Micheal Gilmore, direttore dell’Operational Test and Evaluation Directorate del Pentagono, sostiene che «il programma non è sulla strada del successo ma invece su quella di un fallimento» nel raggiungere la piena e totale operatività.
L’pparente contraddizione tra un presidente “militarista”, che intende rafforzare l’apparato militare e pone un numero mai visto prima di generali nei posti chiave della sua Amministrazione, potrà trovare risposte esaurienti solo dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca.
Da più parti si è sempre sostenuto che l’F-35 è un programma troppo grande e costoso per fallire anche perché gli Stati Uniti non hanno altri velivoli di nuova generazione con cui sostituire le ormai anziane flotte di caccia in servizio con USAF, US Navy e Marine Corps.
Da un provocatorio tweet non è certo possibile interpretare la volontà di Trump: se voglia solo esercitare pressioni sul comparto industriale per ridurre dei programmi militari o se abbia in previsione di ridurre il numero di F-35 destinati alle forze armate statunitensi (oltre 2.400 nelle tre versioni, circa 3mila considerando anche quelli destinati a una dozzina di altri Paesi).
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Quest’ultima iniziativa avrebbe ripercussioni negative anche sul costo dei velivoli acquisiti dagli alleati, inclusa l’Italia che si è impegnata a dotare Aeronautica e Marina di 90 velivoli, 60 in versione A e 30 in versione B a decollo corto e atterraggio verticale, di cui 10 contrattualizzati (6 in meno del previsto).
«È presto per dire se ci saranno ripercussioni, sia sul numero di velivoli da acquistare, sia sulle sorti dello stabilimento di Cameri (di assemblaggio e manutenzione –ndr) bisogna capire cosa intende fare in concreto il presidente eletto», ha detto ieri all’Ansa una fonte italiana che conosce bene il dossier.
Per Roberta Pinotti, confermata ministro della Difesa anche del governo Gentiloni, dall’F-35 non si torna indietro: «Si tratta di decidere – aveva detto qualche giorno fa – se interrompere un programma con un investimento di tre miliardi già fatto e dire se si vuole l’Aeronautica o no». Del resto, ha ricordato il ministro, «c’è una mozione parlamentare che impegna ad andare avanti nel programma per il quale è prevista una spesa di 12 miliardi di euro in 30 anni».
Nel Pd però l’acquisizione degli F-35 ha aperto già da anni profonde fratture e l’onorevole Gian Piero Scanu, primo firmatario della mozione approvata il 24 settembre 2014 che chiedeva una revisione critica del programma e il dimezzamento del budget, sottolinea come «quello che Donald Trump dice oggi sugli F35, il Pd lo ha già messo nero su bianco due anni fa con un voto alla Camera» esortando il governo a «muoversi di conseguenza».
Le dichiarazioni di Donald Trump, dice Scanu, «costituiscono un’autorevole certificazione della bontà delle posizioni espresse a suo tempo dal Pd e successivamente rese cogenti da un voto della Camera dei Deputati. Sono sicuro che il nuovo governo, anche alla luce di queste significative puntualizzazioni, vorrà rispettare fedelmente le decisioni assunte dal Parlamento su proposta dei deputati democratici».

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