Lavori socialmente utili per gli esodati

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Lavoro: precari  in piazza a Napoli occupano uffici Ministero Lavoro(Piero Righetti, ailment Affari Italiani) E’ già più di un anno che si sente parlare, view quasi tutti i giorni, treatment di Jobs act e cioè di una o più leggi che dovrebbero risolvere o, come minimo, ridurre drasticamente il problema delle persone senza lavoro o alla ricerca di una prima o di una diversa occupazione.

A parte il fatto che è fuori di ogni dubbio che delle leggi siano in grado da sole di creare stabilmente nuova occupazione, mi sembra utile per tutti fare un po’ di chiarezza su che cosa siano e che cosa si propongono questi provvedimenti che, nel loro complesso, vengono appunto chiamati Jobs act.

Il tutto parte dalla legge 10 dicembre 2014, n. 183, che ha disposto una serie di “deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”.

In altre parole il Parlamento (su proposta ovviamente dello stesso Governo) ha incaricato il Governo Renzi di modificare radicalmente – e nel giro di pochi mesi – il sistema delle tutele dei lavoratori dalla disoccupazione e dalla cassa integrazione e quello dei contratti e dei rapporti di lavoro.

Ed in effetti l’attuale Governo è riuscito, nel giro di soli nove mesi, a varare tutte queste nuove disposizioni di legge che costituiscono appunto il Jobs act, che è oggi articolato sulla legge 183/2014 e per otto decreti legislativi che, con l’avallo più o meno convinto del Parlamento danno vita ad un diverso e, almeno in parte, nuovo sistema di tutele sociali. Un sistema che si compone di ben 254 articoli di legge, alcuni dei quali formati da decine e decine di commi, molti dei quali veramente complessi e, se non del tutto astratti, di difficile attuazione.

Ma non ci sono soltanto novità. Spesso in questi decreti vengono richiamate, con parole identiche, disposizioni ormai da decenni in vigore e quasi mai realizzate (come, ad es., tutto il sistema delle politiche attive del lavoro affidate ai Centri per l’impiego, meglio conosciuti come Uffici di collocamento).

Tra queste vecchie disposizioni, ora chiamate a nuova vita, possono rivestire a mio avviso un interesse particolare quelle che danno il via, a distanza di venti anni dal loro primo ingresso nella nostra legislazione sociale, ad un nuovo e forse più snello sistema di attività socialmente utili. Molti infatti hanno già sentito parlare di LSU e cioè di quei lavoratori che, non avendo più la possibilità di continuare a fruire di indennità di disoccupazione o di trattamenti di cassa integrazione, furono avviati a progetti di lavori socialmente utili in cambio di un sussidio mensile, annualmente rivalutato in proporzione all’aumento del costo della vita e che da gennaio di quest’anno è di 448,52 Euro. Questi lavoratori che, in molti casi, hanno svolto lavori veramente utili e a costo zero per tantissimi piccoli comuni sparsi un po’ in tutta Italia, sono via via aumentati fino a superare all’inizio del 2000 le centomila unità, per poi ridursi progressivamente. Attualmente ne sono rimasti poco più di diecimila, tutti impegnati in attività che sembrano destinate ormai a interrompersi definitivamente.

Ebbene l’art. 26 del decreto legislativo n. 150, entrato in vigore il 24 settembre u.s., stabilisce che “allo scopo di permettere il mantenimento e lo sviluppo delle competenze acquisite, i lavoratori che fruiscono di strumenti di sostegno del reddito in costanza di rapporto di lavoro” (e cioè tutti quelli che sono stati o che verranno collocati in cassa integrazione) “possono essere chiamati a svolgere attività a fini di pubblica utilità” (in altre parole: lavori socialmente utili) “a beneficio della comunità territoriale di appartenenza (comuni o unioni di comuni) nel territorio del comune ove siano residenti”.

E non è tutto. Sempre lo stesso articolo 26 del decreto 150/2015 stabilisce che queste attività di pubblica utilità possono essere svolte anche dai “lavoratori disoccupati, con più di 60 anni, che non abbiano ancora maturato il diritto al pensionamento di vecchiaia o anticipato”.

Vuoi vedere che qualche nuovo Machiavelli è riuscito finalmente a trovare una soluzione definitiva e a costi molto ridotti per il bilancio pubblico al gravissimo ed assurdo problema degli esodati?

Attenzione però: le disposizioni di cui stiamo parlando non sono ancora applicabili.

Per la loro “messa in onda” mancano quattro o cinque di quei circa 70 decreti che Ministero del Lavoro e Ministero dell’Economia devono predisporre per una vera e più completa attuazione del Jobs act, decreti per molti dei quali non sono stati stabiliti i termini entro i quali devono essere varati.

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