DI LAZZARO (DALILA)

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DALILA DI LAZZARO NON SI ARRENDE MAI

DALILA3

di Cesare Lanza

Dalila Di Lazzaro confida – prima di oggi neanche le persone a lei più vicine ne erano a conoscenza – di essere stata violentata due volte. Una vera vita al limite e anche oltre i limiti, recipe la sua. La fuga da casa quand’era minorenne, perché era incinta, scacciata con odio e con le botte dai suoi genitori. Ventitre anni dopo, la perdita atroce del suo unico e adorato figlio, Christian. E poi ancora due anni (due anni!) vissuti in un letto, in uno stato di totale immobilità, in conseguenza di un futile incidente stradale… Sono solo gli episodi più salienti di una esistenza romanzesca, segnata da illuminazioni di successo – accese da quegli occhi chiari fuori dal comune, da una prepotente, quasi selvaggia bellezza – e perseguitata dal dolore e da eventi drammatici.
L’immediata sorpresa è che Dalila parla di sé quasi con allegria, senza autocompiangersi, con la voglia energica e coinvolgente di vivere, andare avanti.
E’ così?
“E’ così. Credo di avere sofferto come poche persone al mondo. Ma arrendersi sarebbe stupido. Anzi, ti prego: diciamolo subito, sai che cosa potrebbe offendermi e darmi amarezza? Proporre l’immagine di una persona sfortunata, colpita ingiustamente, sommersa dal dolore. Non è così. Io, ormai da tanto tempo, cerco di capire. Ho anche raccolto, per riuscirvi, gli appunti per scrivere un libro.” Sorride: “Non mi brucerai la mia storia in una sola intervista?”
– Cominciamo dall’inizio. A quindici anni ti accorgi di essere incinta.
“Mi accorgo di…? Non mi accorgo di niente, questa è la verità. Mi succede quello che succede, anche oggi, a tante ragazze. Ero una bellissima e sempliciotta ragazza friulana: vogliamo dire, health come tutti mi dicevano con gli occhi che scoppiavano di voglia, bellissima? Ma sesso, zero. Non sapevo e non capivo niente. Solo i desideri naturali. La mia famiglia era rigidissima, bigotta.”
– Cosa vuol dire?
“Un esempio semplice: se sul video, in un film, c’erano due attori che si baciavano, i miei genitori spegnevano la tivu.”
– Serbi rancore?
“ Non ho rancore verso nessuno. Mio padre, Attilio, era un uomo eccezionale, pieno di contrasti. Due guerre, un ex pugile, un peso massimo che si era battuto anche con Carnera. Ma gentile, raffinato: un cuoco formidabile, aveva una bella scrittura, un artigiano paziente, si era costruito una chitarra da solo. Da lui ho ereditato la miscela di caratteri opposti.”
– E la mamma?
“ Rosalia: lei era l’uomo di casa. Attiva, di polso forte. Lui col grembiule, lei il capo.”
– La gravidanza, in questa condizione: un dramma?
“ Lui aveva 17 anni: Franco Cocetta, un bravo ragazzo. Anche lui alla prima esperienza. Ci piaceva darci dei baci, tanti baci: poi, a poco a poco, sul bagnasciuga… Io ero verginissima, anche se a cinque anni avevo avuto una tremenda esperienza sessuale.”
– Ne parliamo?
“ Non so. Forse non sono pronta. I ricordi sono amari, confusi. Avevo cinque anni!”
– Chi? Dove? Se ti va di parlarne.
“ Lui era un parente. Successe in campagna. Una violenza ripetuta: una decina di volte. Non ricordo bene: avevo paura e non ne parlai con nessuno. Poi qualcuno in famiglia capì e quell’uomo, senza scandali, è sparito dalla mia vita. Mio padre e mia madre non hanno mai saputo nulla. Ma non voglio parlarne.”
– Va bene.
“ Voglio affrontare tutti i miei ricordi dolorosi senza emozione. Anche se
ogni tanto una lacrimuccia scende, è umano.” Sorride: “Per fortuna, Dio mi ha dato un po’ di umorismo. Sono un acquario con ascendente acquario.”
– Che vuol dire?
“Sono un gatto, con tante vite. Non sono stroncabile.”
– Torniamo, allora, alla tua adolescenza.
“ Diciamo la verità. Ero – sono – ignorante. Per quanto riguarda gli studi scolastici, dico. Quando rimasi incinta, a scuola ero in ritardo, anche per qualche malattia, una broncopolmonite, il morbillo… Ma non solo per questo. Avevo problemi di dislessia. Una mia cugina si accorse che ero incinta, per i soliti motivi: le nausee, l’aumento di peso… A casa mi picchiavano con una stecca. Mi rifugiai in montagna, terrorizzata, da una mia amica.”
– Nessuna comprensione dai genitori?
“Una volta tentai di tornare a casa e mi cacciarono con secchiate di acqua gelata.”
– Però ne parli senza astio.
“ Oggi capisco il loro punto di vista. Di quel periodo ricordo, soprattutto, una grande solitudine.”
– Hai pensato all’aborto?
“ Mai. E il mio fidanzatino, Franco, decise subito che voleva sposarmi. Andammo a vivere a casa sua: lui era figlio unico, con una madre vedova. Brava gente. E il 5 aprile del 1969 nacque Christian.”
– Come andò la convivenza?
“ Eravamo poveri, dovevamo arrangiarci. Mi diedi da fare, come potevo. La bellezza era un salvagente. Mi ritrovai a fare la modella di provincia, per piccole case di moda. Viaggiavo, mi divertivo anche…”
– Una bellezza fuori dal comune in giro in paesi e città di provincia. Eri fedele a tuo marito?
“ Sono e sarò sempre monogama. Se sono legata a un uomo, rispetto l’amore che ho per lui. Se sono libera, faccio quello che voglio.”
– Tentazioni?
“ Tante. Insomma, i corteggiamenti erano un’ossessione… E che noia, anche! Insomma, non c’era uomo che non mi volesse… come si può dire?”
– Dì quello che vuoi.
Ride: “ Trombà! Non c’era uomo, a quell’epoca, che non mi volesse trombare.”
– E tu?
“ Sapevo difendermi. Non ero vanitosa, svenevole. Ero il tipo maschiaccio,
rockettara. Gelavo i più sfrontati con certe battute…”
– Un bel periodo, comunque.
“ Fino a quando, a 17 anni, non subisco questa seconda, maledetta violenza.”
– Come andò?
“ Mi considero fortunata: sono rimasta viva. Conosco questo tizio a Torino, 50 anni più o meno, in una fiera: mi osservava in modo maniacale. All’epoca guadagnavo 5, anche 10mila lire al giorno: lui mi propose il doppio o il triplo, seppe essere convincente. Era toscano, mi diede un appuntamento a Firenze. Mi insospettii perché, in macchina, cominciò ad andare verso Genova. Mi portò in una casa disabitata sul litorale e mi tenne sequestrata per tre giorni. Anche di questo non vorrei parlare a lungo.”
– Come finì?
“ Riuscii a scappare e a salvarmi. Dalla polizia seppi poi che era stato in prigione, per omicidio, era fuori in libertà vigilata.”
– La cosa finì sui giornali?
“ No. Anche di questa storia i miei genitori, e mio marito e mia suocera, non hanno saputo nulla. Avevo paura di essere sgridata, massacrata di botte. Ma fu un avvenimento decisivo. Avvertii all’improvviso il desiderio di essere libera, in casa con mio marito mi sentivo segregata. Il matrimonio si sfasciò. Mancavano i soldi. Mia suocera, più o meno, mi mise alla porta. E tornai a casa, con il bambino in braccio, come in certi romanzi d’appendice.”
– Con quale accoglienza?
“ Un mezzo inferno. Mi insultavano. Per loro la mia maternità era un tradimento. Il bimbo era coccolato, io mi sentivo il loro rifiuto addosso, come una seconda pelle. Spesso mi picchiavano. Una sera, la svolta: Christian piangeva, mia mamma mi strilla “ma da’ da mangiare a tuo figlio!” e mi tira addosso un posacenere. Ricordo la sequenza: mi tampono il sangue, metto il cappotto sul grembiule, e fuggo via da casa piangendo. Decido di abbandonare tutto. Ricordo la porta che sbatte: il senso di liberazione, il dolore di lasciare mio figlio. Era un pomeriggio freddo freddissimo, giro per le strade senza un progetto.”
– Dalila, hai detto bene prima: un romanzo di appendice.
“ E’ la mia vita.”
– E quel giorno cosa successe?
“ Mentre vago da una strada all’altra, sento unl clacson: era un ragazzo sciccoso, ricchissimo. Carlo. Mi dice: perchè piangi? ti porto al pronto soccorso? Io ero diffidente: manco mi ricordo chi era, pensavo che volesse, come tutti, quella cosa lì. Mi porta a casa sua: di colpo mi ritrovo in una mansarda, tutta per me: dalla miseria e dalla disperazione, coccolata in casa di un miliardario. Resto lì venti giorni, senza mai uscire, mentre tutti pensano che io sia finita chissà dove.”
– Un segno di fortuna.
“ Il guaio è che lui è innamorato e io no. Mi rispetta, non mi tocca: io non voglio tornare a casa, ma non posso restare con lui senza amarlo.”
– E così…
“ Facciamola breve. Vado a Lignano Sabbiadoro da un’amica, lavoro in una boutique, conosciamo ragazzi romani, anche famosi, che ci corteggiano: un’amica mi spinge ad andare a Roma, a raggiungerli. L’impatto è violento: loro
sono ricchi e spietati. Scopro la droga, droga pesante, e fuggo impaurita. Il mio corteggiatore mi pianta in una pensioncina.”
– Un copione scritto, a Roma, capitale dello spettacolo.
“ Difatti scopro il cinema. Se ricordo bene, è il ’71. Carlo Ponti è il mio Pigmalione. Prima di incontrarlo, conosco due bravi ragazzi che lavorano in pubblicità, qualche esperienza senza spessore, una sfilza di produttori che cercavano di farmi…”
– Beh, anche con Ponti hai avuto una storia famosa.
“Assolutamente falso, anche se tutti ne parlavano. Lui mi ha aiutato a crescere, è stato forse l’uomo più importante della mia vita, ma senza un rapporto d’amore. Un rapporto sentimentale e filiale, sì. L’unico uomo che mi ha dato qualcosa, tanto tantissimo, mentre gli altri hanno sempre preso o cercato di prendere. Un incontro che dà il via a una stagione felice.”
– In sintesi…
“ Conosco Andy Warhol, divento sua amica, mi vuole, per un film di Ponti: una storia su Frankestein, il mio personaggio è una ragazza muta, la donna perfetta. Mi mandano a Londra per studiare l’inglese, invece esplodo: vita, cinema divertimento, avventure. Ma con un pensiero fisso.”
– Quale?
“ Naturalmente, Christian. Trovo una bella casa a Roma e convinco mia mamma a vivere con me e con mio figlio.”
– E lei, tua mamma?
“ Mai la soddisfazione di apprezzare il successo che avevo nel cinema.”
– Quali film ricordi, con piacere?
“ “Il pigiama giallo”, “Voltati, Eugenio”, “Il gatto”. Soprattutto “Oh Serafina” di Pietro Germi, con Adriano Celentano. Un gran bel film.”
– Successi alla grande.
“ Non riuscivo a imparare bene l’inglese, ma vivevo tra Roma, Londra,New York e Hollywood. Alla grande, sì. Viaggi, gente famosa, vedo e tocco con mano
ricchezza e lusso. Ai ricevimenti trovavo Elton John, Mick Jaegger. La ragazza bella e sempliciotta di Udine che si trova a tu per tu con Warren Beatty, Jack Nicholson, Richard Gere. Ricordo una festa nella casa di Hugh Hefner, il re di “Playboy”, in una villa incredibile, piena di piscine, caverne, laghetti, conigliette… La montanara sta a guardare, piena di buona volontà e di contraddizioni. Frequento anche l’Actor’s Studio, soprattutto per curiosità.”
– Ma i registi non ti filano.
“ Questa è la verità. Ricordo Chabrol come un personaggio pessimo, Truffaut invece grande in ogni senso, Warhol geniale. Però i registi, uno per l’altro, davano importanza soprattutto al mio corpo.”
– Molte bellissime dicono così.
“ Mi sarebbe piaciuto – cioè, mi piacerebbe anche oggi – avere una chance. Invece, in quegli anni dorati, fine settanta, mi scopro una seconda carriera, come modella: i miei grandi amici e sostenitori sono i fotografi più illustri. Vado in copertina sui settimanali più noti.”
– E non parli mai delle tue numerose storie d’amore.
“ Storielline, tante. Ma l’amore, come per tutti, è raro. Io sono attratta da uomini comuni, che non fanno notizia. Mai dalle star.”
– Poi la tua vita ripiomba nel dolore: nel ’92, quando perdi tuo figlio.
“ Debbo parlare anche di questo?”
– Non devi, se non vuoi.
“ Vorrei dire solo questo, una banalità: la perdita di un figlio è la più grande sofferenza terrena. Perduto per un incidente stradale! Ma mio figlio – questo è il punto – per me non è mai morto.”
Quegli occhi che hanno conquistato milioni di uomini si velano, di colpo.
“Christian esiste. I miei sentimenti si aggrovigliano: mio figlio era tutto. Era anche un padre, per me: mi sono sentito orfana. Christian era la sicurezza, la lucidità, la forza, era un’isola di intimità. E poi era buffo: mi capiva, mi ascoltava, sapeva ridere con me. Quante volte, tornando a casa, lo trovavo sveglio e gli confidavo le stupidissime, ridicole situazioni delle serate che avevo appena trascorso, una cena, una festa, un corteggiatore screanzato, le invidie, le gelosie… Ridevamo. Mi sentivo purificata.”
Guarda nel vuoto. “E’ vero però che solo nei momenti di dolore terribile scopri altri valori della vita.”
– Per esempio?
“L’affetto sincero, la solidarietà di persone sconosciute.”
– Rimpianti, rimorsi?
“ Non aver fatto abbastanza per conoscerlo meglio. Lui, Christian, era bellissimo: riservato, sensibile. Adorava la musica, suonava bene, aveva un talento innato. Ma solo dopo la sua morte ho scoperto che scriveva canzoni, che a me sembrano bellissime. Solo dopo la sua morte, dalle testimonianze dei suoi amici, ho saputo che aveva tenuto un concerto all’Eur, e non me ne aveva parlato: mi dicono che temeva di emozionarsi, se fossi stata presente. Mi manca tutto di lui. Scusami, non chiedermi altro.”
– Torniamo alla tua vita d’ogni giorno. Prova a definirti con una sola parola.
“ Una preda. Per tanto tempo mi sono sentita solo una preda. Negli amori qualche volta ci sono cascata: per esempio con un ragazzo diabolico, Fabrizio, che riuscì ad ottenere di me non solo un totale abbandono fisico, ma il possesso mentale. Io ero affamata di focolare, lui era molto menefreghista. Capace di prendermi, lasciarmi e riprendermi come voleva.”
– E nel lavoro?
“Dopo gli anni americani, mi sono illusa che il cinema italiano mi desse spazio. Avevo fantasie, sogni di attrice vera… invece era il trionfo del genere erotico. Gloria Guida, Edvige Fenech, Laura Antonelli… Anch’io, come tante, ero solo una preda. Mi proponevano solo filmetti.”
– Mentre…
“ Io, poverina, sognavo di poter lavorare con la Cavani, o con Marco Ferreri, fare cose come “Il portiere di notte”: storie vere, di vita vissuta, sofferta.”
– Nel complesso come giudichi la tua carriera?
“ Un mistero. Non ho capito, o non voglio capire, come mi vedono. Mi sono sempre sentita addosso un pregiudizio: ero un ex symbol e basta. Forse è colpa mia: sono ribelle verso il sistema, detesto la pomposità delle istituzioni, le ipocrisie, gli atteggiamenti snob, viziati. Forse dovevo calcolare. Ma non è nella mia indole.”
– Occasioni perdute?
“ Un provino con Mario Monicelli, che adoro: senza seguito. Avrei pagato io, per lavorare con lui.”
– Errori?
“ Ho rifiutato il James Bond di “Mai dire mai”: il ruolo è andato a Kim
Basinger. All’epoca avevo problemi di claustrofobia, dopo un incidentino – c’è stato anche questo – su un aereo privato in America. Mi salvai la vita, ma con l’angoscia addosso: sono stata in analisi per dieci anni. Oggi penso che avrei dovuto farmi forza.”
– Colpisce, nella tua vita, la ricorrenza di episodi drammatici.
“ Ti ripeto: non datemi della poveretta, non lo sopporto. Mi considero la donna più forte del mondo, okay?”
– Ok. Ne hai superate tante. Come le complicazioni per un banale intervento chirurgico…”
“ Malasanità del 1985. Una banale appendicite, scambiata per una cisti ovarica, diventa un’odissea, tutta italiana, lunga cinque anni con cinque interventi disastrosi. Poi, a Bruxelles, trovo un grande chirurgo che mi tira fuori dai guai.”
– E non attribuisci tutti questi eventi a un destino maligno?
“ No. Se ci sopravvalutiamo, tutto ci sembra impossibile e inaccettabile. Ma noi siamo solo granellini, che compongono un mistero. Capire forse è impossibile, ma tentare di capire, senza dare a noi stessi troppa importanza, è fondamentale.”
– Due anni ferma in un letto… L’ultima, incredibile pagina (finora?) della tua vita.
“ Mi sono rotta, come si dice in gergo, l’osso del collo. Nel ’97, in motocicletta: una buca nella strada, qui a Roma, un rimbalzo, una frustata. Sembrava una cosa stupida, sono rimasta immobilizzata, senza la possibilità di fare un movimento, per due anni esatti.”
– Solo al pensiero viene la pelle d’oca, Dalila.
“ Terribili le emozioni contrastanti. Il terrore di non vedere vie di uscita, di dover vivere sempre così. Poi la speranza, che non deve mancare mai. Poi di nuovo la delusione, dopo le verifiche mediche. E così via. E l’abitudine. Perché ci si abitua a tutto, credimi. La paura, la speranza, la paura…E l’abitudine a tutto. Ma io ho trovato un segreto, per farcela.”
– Quale?
“ Il problema è affrontare il tempo, che non passa mai. Un giorno immobili
è pesante, una settimana ti sembra insopportabile, un mese è sfibrante, un anno è impensabile. Due anni potrebbero mandarti al manicomio.”
– E allora?
“ Il mio avversario era il tempo. Dovevo neutralizzarlo, batterlo. Impedirgli di piegarmi.”
– Come?
“ Con la mente. Fantasie, ricordi, sogni, progetti, emozioni. Con tutto questo si batte il tempo. Il corpo può diventare schiavo. La mente è libera. Non si arrende, la mente. Mai lamentarsi. Bisogna guardare le stelle appiccicate sulla parete, come fanno i bambini.”
– Fammi l’esempio di una stellina che si accende e non si spegne, mai.
“ Il sogno di adottare un bambino, anche da single.”
– E’ parte della tua vita, molto nota.
“Ma forse non sono stata capita. Non è che i single vogliono adottare un bambino. Il punto è che ci sono molti bambini da adottare. E bisognerebbe rispettare la vita e le opportunità per rendere felici tanti bambini infelici. Nonostante tutto, io ho un ricordo bello e positivo, della famiglia: l’amore alla fine ha il sopravvento. E il concetto di famiglia è cambiato. Anche un single può fare famiglia, a volte meglio di una coppia.”
– Chi ti è stato vicino, durante i due anni di immobilità?
“ Del mio ambiente, nessuno. Il mio agente è sparito: una delusione forte, avevo tanta fiducia e tanta stima per lui. Vuoto totale. Mi è stato vicino un ex fidanzato, Alessandro Minelli, e due amici, una coppia romana. Scrivi questi nomi: Santino e Teresa Carta. Si sono trasferiti a casa mia, a prendersi cura di me: sono stati decisivi.”
– E ora, Dalila?
“ Cerco l’amore della mia vita.”
– Ma quanti amori veri hai avuto, in conclusione?
“”Non più di quattro.”
– E quanti uomini? Quante relazioni?
“ Uomini, relazioni! Parole grosse. Diciamo cento? Ma solo flirtacci, curiosità.”
– E cosa desideri, ora?
“ Un amore forte: sì, un uomo forte, che non si fermi mai.”
– Come può conquistarti, un uomo?
“Con l’imprevedibilità. Le sorprese. Un uomo che abbia voglia di vivere, che mi faccia ridere. Adoro vivere, adoro ridere.”
– E il lavoro, Dalila?
“ Sono tutta da scoprire.”
– Posso dirti una cosa?
“ Sì.”
– Il tuo racconto è una storia, il soggetto di un film. Perché non ne fai un film?
“ Tu dici? Non è altro che una vita, solo la mia vita.”

Cesare Lanza (Sette, maggio 2000)

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