CELLI (PIERLUIGI)

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Nessuno scrive al Colonnello
Un rimpianto: non aver saputo fronteggiare il Grande fratello. Un cruccio: la mancanza dello spirito di squadra in Rai. Una delusione: i tanti voltagabbana di viale Mazzini. Il direttore generale della tv di Stato vuota il sacco. Senza riserve.

Celli Pierluigi

Pierluigi Celli, medical 58 anni, direttore generale della Rai. «Mi dispiace molto» confessa a proposito della programmazione «di non essere stato ascoltato».

Intervista di CESARE LANZA su “Panorama”

Nessuno scrive al Colonnello. Un momentaccio? «Ne ho visti di peggio». Alle 8 del mattino Pierluigi Celli, direttore generale della Rai, è in ufficio, al lavoro in maniche di camicia. Sette televisori accesi davanti alla sua scrivania. Ascolti in crisi, l’incubo del Grande fratello, Canale 5 che sorpassa Raiuno, giornali scatenati…

Come reagisce?
Non drammatizzo. Ma è vero che, per due anni e mezzo, non si è considerata la probabilità di una congiuntura sfavorevole. Ammonivo: certi filoni e generi (il talk e l’intrattenimento, alcuni linguaggi televisivi) sono in esaurimento da dieci anni. Mi dispiace molto di non essere stato ascoltato. È normale l’euforia quando si va bene, ma i segnali erano evidenti. Infine…

Infine?
Per anni abbiamo svolto un buon lavoro. E non tutto è da buttare, anche in questo autunno. Il day time va bene, la Terza rete ha ormai un assetto equilibrato, alcune sperimentazioni su Raidue sono andate male, ma altre funzionano. Non mi fascio la testa.

Partiamo dall’inizio. Un grosso errore, non acquisire il «Grande fratello»?
È stata una grande operazione, anche per l’innovazione del linguaggio. Ma, in Rai, non sarebbe stata possibile. Il Grande fratello deve rendere plausibile che tutto sia vero anche se non lo è. E noi avremmo dovuto tagliare molto, censurare molto, per sopravvivere alle critiche.

È possibile che il «Grande fratello» sia utilizzato come un alibi, anche da parte di autori e conduttori, per il flop di alcuni programmi della Rai, a corto di idee?
È possibile. Il Grande fratello, spalmato dovunque, ha reso grande l’intero Canale 5. Ma non puoi affrontare una stagione, se non partendo da lontano, pensandoci per tempo.

Scusi, ma chi sono i colpevoli?
È uno sport che non pratico, penso al futuro. Bisogna riabituare la Rai, e non è facile, a programmare, a rilanciare i gruppi creativi, a riconnettere i tessuti produttivi sfilacciati. Primo problema, compattare una squadra. Qui non si vuole capire che, se non ci sono più i grandi solisti, hai bisogno di una squadra. Invece, ognuno si comporta da grande solista.

Accenna al management o a chi va in video?
A tutte e due le categorie.

A proposito di solisti: Pippo Baudo ritorna su Raiuno, la Carrà presenterà Sanremo… E Aldo Grasso, inesorabile critico del «Corriere», tira scudisciate!
Grasso è mio amico. Il problema non è che sia cattivo, un bravo critico deve esserlo: è che la sua cattiveria spesso è a senso unico. Non sa niente di quel che faremo a Sanremo e ha già colpito. Paperissima, invece, l’ha salvata brillantemente. Tra qualche giorno presenterò un suo libro e gli dirò queste cose.

Intanto, Piersilvio Berlusconi annuncia un «Grande fratello» speciale, da opporre al festival di Sanremo.
Dei concorrenti penso bene: rispettandoli, puoi tentare di fare meglio.

Ma riconosce errori nella sua gestione? E, se potesse, li cancellerebbe? Nel mirino dei giornali ci sono Mario Brugola, proveniente dalla Mediaset, e le nomine dei direttori del «Tg1», Gad Lerner e Albino Longhi.
Per cultura, non rimpiango mai nulla. Mi assumo la responsabilità di tutto, nel bene e nel male. Non riverso su altri i pesi che mi spettano. Se tornassi indietro, non mi comporterei diversamente.

Soddisfazioni particolari?
Dimostrare che certe cose si possono fare, anche in un’azienda connotata politicamente. La riorganizzazione, il prestigio di poter attrarre risorse dall’esterno, aver creato un modello per i servizi pubblici stranieri.

Si sta congedando o è impegnato nella continuazione di un’opera? Intanto, le critiche non diminuiscono di intensità.
Vedo molte strumentalizzazioni, anche se non mi scandalizzo. La Rai diventa difficilmente governabile, in vista di appuntamenti elettorali importanti. E mi è difficile pensare di poter comandare senza governare.

Cosa vuol dire?
Che quando tutto questo sarà evidente, io non resterò qui un minuto di più.

È un ammonimento?
No, una scelta di comportamento: non lasciarsi condizionare da eventi esterni.

Si riferisce a pressioni pol itiche?
No, sono sempre stato poco sensibile alle invasioni politiche. Parlo dello sport principale oggi in atto alla Rai: alleanze, riposizionamenti, moltiplicarsi di incontri carbonari. Spettacolo un po’ patetico e un po’ ridicolo, per chi non abbia la Rai come ultimo orizzonte. Mentre molti, qui, non saprebbero dove andare.

Nomi?
Niente nomi. Non debbono diventare martiri senza neanche essere eroi.

Parole forti. Ma c’è un messaggio per tutti?
Darsi un indirizzo strategico, preparare una evoluzione minima per restare nel mercato. Non capirlo è un segno di grande miopia.

Riassumiamo…
Una Rai holding, da cui far dipendere varie società; e solo le società editoriali, di tv e radiofonia, conservano la maggioranza pubblica. Il resto va sul mercato.

Dispiaciuto per non aver portato a termine il progetto?
Certamente è una sconfitta. Ma gli ostacoli sono evidenti. Ho riletto in questi giorni un libretto di Bruno Pellegrino, del ’92, pubblicato dal Sole 24 Ore, che delineava uno schema simile. E sarà grande la soddisfazione quando le mie previsioni si avvereranno, com’è inevitabile.

Perché inevitabile?
Perché l’azienda strutturalmente finirà in deficit, se non si andrà sul mercato. I costi crescono esponenzialmente rispetto alle entrate. O si cambia direzione, o i difensori del pubblico a ogni costo avranno ottenuto un bel risultato: sarà indispensabile vendere, o svendere, una delle due reti.

Negli ultimi tempi lei ha ricevuto attacchi duri da un esponente del cda, Alberto Contri.
Non mi interessa portare acqua al mulino del nulla.

Non risponde?
Gino Bartali diceva: tutto sbagliato, tutto da rifare. Ma era Bartali. Bisogna aver dimostrato qualcosa, nella propria attività professionale, altrimenti certe critiche sono solo chiacchiere.

Voci correnti: lei sarebbe sul piede di partenza, forse a fine anno, forse all’inizio del 2001.
Non ho mai pensato a una carriera di matrice politica. Voglio fare il manager sulla base dei risultati. Ma quando i risultati non sono più l’obiettivo principale, è bene cambiare aria.

Insisto: va o resta?
Non ho alcuna intenzione di andare via senza motivo, anche perché andando via si creerebbero altri problemi.

E se dopo le elezioni si creasse uno scenario politico non tradizionale… è ipotizzabile che Celli resti al timone della Rai?
No. Per questa elementare ragione: tutto viene letto politicamente e i valori professionali passano in seconda linea.

Un’ultima annotazione: con il presidente, Roberto Zaccaria, avete gestito una linea di accordo: fatto abbastanza inedito, nella Rai.
Nella mia carriera non ho mai litigato con un mio superiore, in linea gerarchica: di chiunque si trattasse. Stavolta l’accordo è stato assai più semplice che in altri casi.

Progetti per il futuro?
Quando finirò la stagione alla Rai, due mesi di riposo non me li toglierà nessuno. Nel frattempo, mi diverto anche.

Come?
Per esempio, osservo che chi ti cercava una volta con assiduità e insistenza facendoti credere che si trattava di pura amicizia, adesso non ti cerca più. L’animo umano è complesso, basta non prendersela.

E poi?
Ho quasi finito di scrivere un altro libro, un pamphlet. Sette dialoghi con personaggi senza nome né volto, ma, forse, facilmente riconoscibili. Libere interpretazioni di quest’ultimo periodo della mia vita.

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