BERNABEI (ETTORE)

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PADRE PADRONE O GRANDE FRATELLO ?

E’ STATO IL DOMINUS DELLA RAI PER QUINDICI ANNI. POI E’ PASSATO ALL’ ITALTAST E INFINE,  A SETTANT’ANNI, HA CREATO LA CASA PRODUTTRICE DELLA BIBBIA. E ORA CHE NE HA QUASI OTTANTA, SI LASCIA ANDARE AI RICORDI SUI SUOI MAESTRI, DA LA PIRA A FANFANI, E SUI SUOI ALLIEVI, DA FABIANI A GUGLIELMI. MA ANCHE SU TANTI CASI DI ATTUALITA’. COME QUELLO DEI PEDOFILI AL TG1 O COME LA TV VERITA’

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di Cesare Lanza

Ettore Bernabei, c’è bisogno di presentarlo? L’unico dubbio è se questo mitico personaggio del potere (assolutamente democristiano) sia stato più influente come direttore della Rai, dal 1960 al 1974, o come leader dell’Italstat, dal 1974 al 1991.
E oggi, a quasi ottant’anni, vispo come un ragazzino, tira le file di Lux Vide, una società di produzioni televisive che hanno in comune una invidiatissima caratteristica: i grandi ascolti.
Mi riceve nel piccolo studio, affollatissimo di libri e fotografie, nella sua casa romana, in via Flaminia. Esauriti i convenevoli, gli chiedo di guardarsi indietro, nella sua straordinaria vita scolpita nel Palazzo, e di dirmi ciò che per prima cosa gli venga in mente.
Risponde con una sfumatura, appena avvertibile, di ironia: “Ci sono state tre stagioni ben delineate nella mia vita: prima come giornalista, poi alla Rai e dopo ancora all’Italstat. Sempre sono stato oggetto di polemiche e di critiche e, quasi sempre, ho scelto di non replicare. Mai, comunque, per comunicazioni personali. Tra le accuse ricorrenti, negli anni settanta e ottanta, era in voga quella di ”boiardo di Stato”, uno slogan usato, ovviamente, in senso dispregiativo.”
– Lei non replicava. Ma com’era il suo stato d’animo? Era furente, indignato, si sentiva ferito?
“ Mettevo tutto nel conto: chi guida un’azienda pubblica è soggetto ad attacchi di questo tipo.”
– In particolare alla Rai c’era stata un’altra accusa pesante, di essere un grande e dispotico censore.
Prima di rispondere mi punta addosso, con divertimento, gli occhi grandi e chiari. E quando parla l’ironia è accentuata dall’accento toscano: “Ovvia, mi dicevano che ero un sopraffattore, che decidevo in base a visioni politiche, con discriminazioni faziose. La verità è che non ho mai fatto favori deteriori ai miei amici. Ma certamente ero coerente verso la mia parte politica, la Dc. Constato con piacere che oggi, sempre più spesso, si dice e si scrive che quella Rai faceva una buona televisione. Allora, invece, nessuno era disposto a riconoscerlo. Se ero fazioso io, anche più faziosi erano i miei critici, per partito preso.”
– Facciamo un passo indietro, per favore, e mi dica come nacque la sua passione politica: ancor più che per un partito, la dc, per una corrente precisa, quella di Fanfani.
“ I miei maestri sono stati La Pira e Fanfani. Politicamente, la stessa cosa. La Pira, come sindaco di Firenze, applicò le visioni, che da sempre aveva, un’architettura cristiana dello Stato. Nella campagna elettorale del 1951 fece e mantenne alcune promesse. Predicava e prometteva l’indispensabilità di tre cose: lavoro per i disoccupati, la casa per i senza casa, una chiesa dove pregare. Era una visione poetica e mistica, oltre che pratica, della vita.”
– Come andò?
“ Di chiese, a Firenze, non c’era bisogno. Quanto alle case, ne fece costruire di minime, che allora non esistevano, diciamo 50-60 metri quadrati, per i senza tetto. E quanto al problema – grande – del lavoro, La Pira organizzò cantieri per il rimboschimento, per dare un salario ai disoccupati. Poi, quando entrarono in crisi grandi aziende come Pignone e Galileo, si battè per non farle chiudere, trovando anche commesse importanti, infine le fece acquistare dall’Eni.”
– Che cosa ha rappresentato, per lei, La Pira?
“ Per me fu uno dei maestri. Ritengo di essere stato fortunato, nella vita, perché ho avuto maestri importanti.”
– Quali?
“ Tra i primi il mio vescovo, il cardinale Dalla Costa, e il mio parroco, don Raffaele Benzi, insegnante nei due principali licei fiorentini, un personaggio di grande carisma, al quale, ad esempio, don Milani si rivolse per chiedere di essere battezzato. Poi ebbi anche buoni professori all’Università, come Francesco Maggini, un importante dantista, di cui in seguito divenni assistente. Infine conobbi Attilio Piccioni, Renato Branzi, De Gasperi, Gronchi, Fanfani…”
– Come nacque il rapporto con Fanfani?
“Mi presentò La Pira… Fu quando Fanfani fu nominato ministro del lavoro e La Pira divenne il suo sottosegretario. E io fui designato direttore del quotidiano fiorentino Il Giornale del Mattino…”
– Giovanissimo.
“Avevo trent’anni. Mi trovai a fare la campagna elettorale per La Pira sindaco e poi, nel ’ 56, Fanfani mi chiamò a dirigere Il Popolo, l’organo ufficiale della dc. E mi trasferii a Roma.”
– Dove, qualche anno dopo, cominciò la “storica” avventura in Rai…
“Avevo 39 anni e non nascondo che avvertii qualche disagio all’inizio, sia per l’età giovanile, sia per la mancanza di esperienza. Arrivai alla Rai, subito, come direttore generale. Mi ricordo che ero molto deciso. Autoritario? Non so.”
– Torniamo all’aspetto politico. Lei era fanfaniano. C’era, alla Rai, il problema di gestire le esigenze delle varie correnti democristiane?
“Macchè. Insomma: era il ’60, quindici anni dopo la fine della guerra e della caduta del fascismo. Non trovai, che so, dirigenti democristiani, soti, liberali… Trovai alla Rai tutti i dirigenti della vecchia Eiar fascista. Un po’ strano, no? Dovunque era cambiato tutto, anche alla Fiat, tanto per citare la massima azienda del Paese. Alla Rai non era cambiato proprio nulla. Non c’erano segni né di dc né di psi. E dunque il primo problema fu di cambiare l’organigramma, composto da persone in età avanzata, di assumere personale più giovane, più qualificato ad affrontare le esigenze della tivu – quasi neonata – ancor più che di quelle della radio. Per dirne una: trovai un direttore, Picone Stella, responsabile sia del telegiornale sia del giornale radio. Una cosa anomala.”
– E i programmi?
“Il direttore era Sergio Pugliese, un bravo scrittore di commedie, volenteroso, ma senza esperienza specifica. Allora la buona tivu consisteva nella prosa, nel varietà o nel riprendere, dai teatri, spettacoli concepiti e magari validi per 600, 700 spettatori, non certo per le grandi platee televisive.”
– E la politica? Fu grazie a lei e al suo leggendario autoritarismo che
la politica cominciò a imporre in Rai tempi, ritmi, regole, posizioni, spartizioni?
“ Ripeto: macchè! Diciamo che se trovavo persone – brave si intende,
sul lavoro – che la pensavano come me, le preferivo.”
– Mi sembra una straordinaria battuta.
“ Ma era così, sono sincero. C’era spazio per la dc, per il psi, anche per qualche comunista esiliato. Non voglio dire che inaugurai la par condicio, ma quando c’era la possibilità di muoversi con equità…”
– Ed è vera la leggenda che lei diresse la Rai, da padre padrone, senza mai firmare un documento?
“ Non c’era niente di strano. Non esisteva la burocrazia di oggi e, comunque, io non avevo vocazione per le carte e la burocrazia.”
– E come dirigeva?
“ Andavo a vedere cosa c’era nella pentola. Per esempio andavo a
vedere le moviole, per verificare anche i particolari. La mia preoccupazione era che non ci fosse mai un’offesa per il pubblico. E non si verificavano, di norma, incidenti. Fu per questo scrupolo, di evitare offese al pubblico, per un semplice intervento effettuato allo scopo di non portare offesa ai telespettatori, che nacque lo stop a Dario Fo.”
– Ma come si regolava per stabilire, da solo, se ci fosse offesa?
“ Con il semplice buon senso e con l’esperienza giornalistica. E quando
era il caso, dicevo di no, tutto qui.”
– Mi scusi. E poi sostiene che non era autoritario!
“ La mia responsabilità era anche quella di decidere. E decidevo.”
– Possiamo dire che un caso come quello di Gad Lerner con il servizio
Sui pedofili non sarebbe successo?
“ A Lerner fa onore il fatto che si sia assunto la responsabilità dell’errore.”
– Ma la domanda è: ai tempi di Bernabei, un incidente del genere sarebbe stato possibile?
“ Penso di no. Insomma Ferruccio de Bortoli, al Corriere della Sera, o Marcello Sorgi a La Stampa (faccio due nomi a caso di due direttori di grandi quotidiani, ma il discorso vale per tutti) controllano con attenzione cosa ci sia, nelle loro prime pagine, prima di stampare. E se sono assenti, ci sarà sempre un vicedirettore o un redattore capo incaricato di vedere le cose. Il problema, nel caso del servizio sui pedofili. è che la responsabilità di valutare le immagini sia stata lasciata solo al redattore. Comunque, non voglio rilanciare polemiche: il vespaio è stato esagerato. Non è mai un singolo incidente che può fare testo.”
– Perché parla di esagerazione?
“Ci pensi bene: ogni giorno assistiamo a una televisione che ci porta in casa il peggio che c’è nella vita. Penso che nel pubblico si sia creata anche una certa saturazione, o meglio rassegnazione, di fronte agli eccessi di violenza, di erotismo: nel senso che tutte le sere la cronaca nera ci mette di fronte a storie terribili, sembra che non esista altro che figli che uccidono i genitori, genitori che abusano dei figli… Nessuno si ribella più. Nella vicenda di Gad Lerner è semplicemente saltato un tappo per eccesso di pressione.”
– Qual è il suo telegiornale preferito?
“Di norma vedo il tg1 o il tg5. Dipende dalle ore: a volte anche il tg2,
anche il tg3.”
– Torniamo alla sua gestione alla Rai: chi erano i suoi collaboratori diretti?
“ Nominai alcuni miei assistenti tra cui Angelo Guglielmi…”
– Scusi se la interrompo: Guglielmi, il futuro direttore rivoluzionario di Raitre?
“Sì. Perché si stupisce?”
– Beh, fa impressione apprendere che Gugliemi, il direttore innovativo e controcorrente di una memorabile Terza Rete, fosse collaboratore stretto di Bernabei, il Grande Censore. Era riottoso, Guglielmi?
“ Non direi. Era intelligente, capiva le cose. Come le ho detto, la mia televisione poneva dei limiti, affidati al buon senso del padre di famiglia. Ma aveva anche una notevole apertura di vedute. Al mio fianco portai Mario Motta, cattolico e comunista, e Pier Emilio Gennarini. E facemmo trasmissioni di avanguardia, certo non conformiste, come il primo tivu7. Trasmissioni di qualità.”
– Torniamo alla politica. Vorrei sapere qualcosa di più sul rapporto con Fanfani.
“Non mi fa velo, spero, il rapporto preferenziale che avevo con lui. Era un uomo straordinario, un grande percettore di insegnamenti. Prendeva da chicchessia tutto ciò che c’era di valido, di giusto. Era rispettoso delle gerarchie, a volte anche semplicemente di fronte al fattore anagrafico. Ad esempio rispettava La Pira anche perché era più vecchio, sia pure di soli 4 anni. Fanfani aveva uno spirito pratico, una forte tendenza all’operatività, a decidere. La Pira era soprattutto uno studioso, un idealista. Con la sua esperienza si rivolgeva sempre al futuro, esercitava a volte una funzione profetica…”
– E come colloca Fanfani, nella storia italiana?
“ Dei grandi uomini politici, in sintesi, si ricordano i momenti cruciali. De
Gasperi è ricordato perché vinse le elezioni, decisive, del 1948, contro il fronte comunista, di sinistra. A me sembra giusto ricordare Fanfani come l’uomo che portò l’Italia al quinto posto tra i Paesi più sviluppati nel mondo: un’impresa sensazionale, se si pensa che fino a pochi anni prima eravamo arretrati a livello balcanico. Tanto è vero che, successivamente, si parlò di miracolo italiano.”
– E, quanto al potere, alla Rai non c’era una corrente fanfaniana?
“ Ma no. C’era stato, innanzitutto, il problema di rinnovare i vertici, che
erano gli stessi da 25 anni, come ho già detto. Cercai di non ripetere l’errore del mio predecessore, Guala, che aveva selezionato 30mila aspiranti dirigenti, poi ridotti a 700, infine a 150: con bei nomi, come Furio Colombo, Salvi, Emanuele Milano, Fabiani. Guala però li mise subito come assistenti dei vecchi direttori e così i vecchi li fecero fuori, con una sorta di rivolta di palazzo. Io trovai questi giovani corsari rinchiusi nelle soffitte di via del Babuino: li ripresi e rilanciai, ma non li portai subito al vertice. Aspettai che maturassero, dopo l’indispensabile gavetta. Presi Fabiano Fabiani, ad esempio, come caposervizio alla cultura, poi a poco a poco diventò direttore del tg1 e poi vicedirettore generale.”
– Com’era il suo stile, nel dirigere? Visto che non firmava documenti…
“ Prevalentemente facevo colloqui a quattr’occhi. Ma anche lunghe
riunioni: prima della partenza di un programma c’erano riunioni che duravano a volte non ore. ma giorni e giorni, con tutto l’apparato, gli autori, i tecnici, tutti. Per rivedere testi, sceneggiature, cast… I particolari sono fondamentali.”
– Una ricetta per un buon programma tivu?
“C’è un criterio fondamentale: rispettare il pubblico e non plagiarlo, rispettarlo per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse. Anche con idee buone, edificanti. Mai scrivere, produrre, creare per se stessi! E alla larga dai format! Ogni Paese deve rispettare la sua identità.”
– A questo punto le chiedo che cosa pensa del Grande Fratello.
“ E’ un programma inventato in Olanda, un Paese interessante e
importante. Ma, con tutto il rispetto, anche noi abbiamo le nostre rilevanti tradizioni, che certo non hanno niente da invidiare a quelle olandesi. E perché attingere altrove quello che possiamo avere in casa e che corrisponde ai nostri gusti, alla nostra sensibilità?”
– Nei giorni dell’enorme successo del Grande Fratello, lei ha dato alla
Rai la storia di Padre Pio, interpretato da Michele Placido. Un successo formidabile, un ascolto record. Ebbene: se Grande Fratello e Padre Pio avessero gareggiato nella stessa serata, chi avrebbe vinto?
“ Senza dubbio Padre Pio. Perché il bene vince sempre sul male.”
– Lasciamo alla storia la sua Rai. Parliamo ora un po’ dell’Italstat?
“Mai avrei pensato di dover occuparmi, in vita mia, di case, strade e ponti.”
– E come c’è riuscito?
“Anche in questo caso ho avuto la fortuna di incontrare buoni maestri.
Per esempio l’imprenditore Gianfranco Astaldi, che casualmente abitava vicino a casa mia: mi diede, subito, molti validi consigli. Comunque, facciamo una sintesi: presi la finanziaria dell’Iri nel settembre del ’74, quando aveva 450 miliardi di fatturato annuo, e la lasciai nel maggio del ’91 a quota 6000. Le ho già detto che mi chiamavano, con ostilità, boiardo di Stato… Ma noi abbiamo avuto i bilanci sempre in utile e non abbiamo fatto pagare una lira a Pantalone. Anche quando avemmo la disavventura del porto di Bandar Abbas in Iran – che era costato duemila miliardi e ci fu pagato solo mille miliardi dagli iraniani, il disavanzo non pesò neanche per una lira sulle tasche degli italiani. Non chiedemmo, al contrario delle abitudini generali, una sola lira all’Iri o al governo: provvedemmo con le nostre risorse, anche dopo la caduta del regime dello Scià, quando dall’Iran non ci arrivò più nulla.”
– La gestione dell’Italstat le costò vicissitudini giudiziarie.
“ Sì, per i fondi neri. Arrivai all’Italstat, come ho detto, nell’autunno del ’74: era appena stata varata la legge sul finanziamento dei partiti. Diedi la disposizione – ovvia – di applicare la legge che vietava alle aziende pubbliche di finanziare i partiti. Pertanto, alcune aziende si trovarono in cassa le erogazioni fino ad allora destinate ai partiti ai partiti di allora, per cifre che diventarono rilevanti. Nessuno rimise mai, né si poteva rimetterli, questi soldi nei bilanci: per ogni lira se ne sarebbero dovute pagare sette di tasse.”
– Sono vicende raccontate varie volte. A me interessa, in questa
occasione, sapere che cosa le è rimasto dentro, dopo i guai con la giustizia.”
“Sono stato sostenuto dalla convinzione di aver sempre fatto il mio dovere e di non essere mai stato, con l’Italstat, un peso per le casse pubbliche, cioè per gli italiani. Quanto alle imputazioni, dapprima fui scagionato delle pene perché usufruii di un’amnistia destinata ai reati di terrorismo e altro. Poi feci ricorso in Appello e in Cassazione e ottenni la cancellazione per i reati già amnistiati.”
– Dopodichè, anzichè andarsene in pensione come molti avrebbero
fatto dopo una vita tanto intensa, lei si è buttato a capofitto in questa impresa, la Lux Vide, di produzioni televisive.
“C’erano la curiosità e il puntiglio, confesso, di vedere come me la sarei cavata in un’attività industriale privata, dopo aver lavorato tanto nel settore pubblico. Il progetto, condiviso da personaggi come Pesenti, Bazoli, Falck, Merloni, era di fare programmi televisivi di un certo spessore. Mettemmo ottocento milioni ciascuno e la Lux Vide, un granello, una pulce nel campo societario, cominciò a operare con otto miliardi. L’idea risaliva al ’90, la società fu costituita nel ’92. I risultati sono stati soddisfacenti, con prodotti collocati sul mercato per 600 miliardi.”
– E’ orgoglioso della posizione raggiunta dalla Lux Vide?
“La soddisfazione sta nel fatto che la società si è consolidata, è attiva, paga le tasse. In un settore in cui quasi sempre le società vengono costituite per realizzare un solo film e poi vengono liquidate. Le difficoltà sono notevoli, le abitudini sono inconsuete: basti pensare che la Rai non riconosce alle nostre produzioni né gli oneri finanziari, né le spese generali.”
– Di quanto ha realizzato, cosa ricorda, con maggior soddisfazione?
“La serie su Carlo Magno, la Bibbia con venti film di 90 minuti ciascuno tratti dall’Antico e Vecchio Testamento, il recentissimo Padre Pio…”
– E segue tutto da vicino, come all’epoca della Rai?
“Come ci insegnano gli americani, quello che conta più di tutto per il
risultato finale è la sceneggiatura. Decisiva. Certo conta anche tutto il resto, ma la sceneggiatura è decisiva. Così, a parte il mio contributo, per curare bene le sceneggiature abbiamo creato (cosa unica in Europa, non certo in America) un cast di giovani laureati in scienza della comunicazione, professionisti selezionati con rigore. Perché aveva ragione Popper: per fare la televisione ci vuole la licenza, esattamente come per un medico che operi in sala chirurgica: mica si può improvvisare. Sono venti giovani in gamba, che formano un eccellente gruppo di lavoro: la squadra è fondamentale in ogni azienda. E questo è un nostro bel patrimonio.”
– Nella società si sono messi in luce anche due suoi figli.
“ Matilde segue la commercializzazione, Luca la produzione esecutiva.”
– Ed è soddisfatto, dei suoi figli?
“Spetta a me, che sono il più vecchio, avere pazienza. Ma senza di loro, e senza altri manager, la Lux Vide non esisterebbe.”
– Vorrei farle qualche domanda finale, per avere opinioni al volo sulle
Persone che hanno lavorato con lei.
“Sentiamo.”
– Facciamo la Nazionale televisiva, o almeno il best team, dei dirigenti che hanno lavorato con lei.
“Il rischio è di suscitare, per qualche dimenticanza, dispiacere o amarezza in persone che non mi vengano in mente adesso.”
– Difatti la domanda è riferita a chi le viene in mente adesso, senza bilanci definitivi.
“E va bene. Nella Nazionale metterei certamente Fabiani, Milano, Fuscagni, Salvi… ma anche La Volpe, Cingoli, Guglielmi, Silva…”
– Il suo miglior risultato nell’informazione?
“Il tivu7 legato a Sergio Zavoli e il tg1 diretto da Fabiano Fabiani.”
– I migliori programmi?
“L’Odissea, il Leonardo, il Pinocchio, La Cittadella…”
– I migliori attori?
“ Alberto Lupo, Gastone Moschin, Gino Cervi…”
– Le attrici?
“Silvana Mangano e Irene Papas, che fecero l’Odissea nei ruoli della maga Circe e di Penelope. E le sorelle Kessler, grandissime: impeccabili professioniste.”
– Ricordando persone e programmi, le capita di avere nostalgie?
“Bei ricordi sì. Nostalgie non direi, bisogna sempre vivere il presente e guardare avanti.”
– E pensa che la sua televisione sia stata la migliore?
“Andava bene per quell’epoca. Cercavamo di fare cose di qualità.
Anche ora bisogna provare, con altre iniziative, a puntare sulla qualità. Sono contrario, come ho detto, ai format olandesi, americani, stranieri insomma, estranei alla nostra cultura… La televisione falsamente detta tivu-verità. Ma quale verità? E’ tutto artefatto, virtuale. Meglio una fiction che parli la nostra lingua, entri nel nostro costume, faccia riferimento a problemi, sentimenti reali apprezzabili dagli uomini di qualunque continente. Senza gabbie precostituite. Debbo dire che sia la Rai sia la Mediaset hanno di norma rispettato la tradizione e anche fatto buone innovazioni.”
– E c’è spazio per un terzo polo televisivo?
“Credo di sì.”
– Un’ultima pazza idea: se le offrissero di tornare a occuparsi della Rai?
“Mai e poi mai.”
– Perché?
“Alla mia età non ci si mette a fare queste cose.”

Capital, Gennaio 2001

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